L’Italia cialtrona
di Pier Mario Fasanotti
[23 febbraio 2010]
Si può vederla anche così: bombardati da
un'informazione triste - perché tristi sono le cose
raccontate dai media - siamo ormai abituati a un'Italia melmosa e
maleodorante e quindi ci ritroviamo emozionalmente vaccinati
dinanzi a un film che ci sbatte addosso il volto dell'Italia
corrotta, trafficona, cinica. Un film che dovrebbe essere
proiettato in Parlamento (ma anche nelle scuole), che ci descrive
un Paese incorniciato dentro il rettangolo del cattivo gusto.
Eppure le sale sono sempre piene, tutti andiamo a vedere l'ultimo
lavoro di Pupi Avati, Il figlio più piccolo. Siamo
masochisti o abbiamo bisogno di quella catarsi superbamente
inventata nei teatri greci e romani? La pellicola del regista
bolognese è la storia del declino di un faccendiere romano,
Christian De Sica, creatore di un impero finanziario fatto di
scatole vuote. Circondato da serpi, consigliato da un
"professore"(Luca Zingaretti) che dell'antica vocazione religiosa
conserva la stravaganza dei sandali, il palazzinaro diventa vampiro
anche del figlio più ingenuo, cui intesterà il
patrimonio di debiti.
Avati non ha girato il film due o tre settimane fa. La
precisazione in apparenza è idiota, ma è da fare
visto che abbiamo, noi spettatori, la sensazione di nuotare nella
cronaca di questi giorni: intercettazioni, ricatti, avidità
da cenciosi anche se accomodati in elicottero, domande di
raccomandazioni, "burinaggine" che nessun maquillage o
ricchezza può far evaporare del tutto. Pupi Avati ha
lavorato di fantasia sono nell'assemblare episodi, nello scolpire
caratteri e macchiette. Nelle sue tasche, come in quelle di tutti,
c'era l'ampia documentazione dell'Italia dei furbetti, degli
squallidi. Nessun cenno alle risate di un diavolo che cammina sui
tetti e guarda il mondo dall'alto. Completa assenza di tragedia
shakesperiana: come non ne fossimo più capaci. Anche il
sangue è pomodoro, anzi scherzo di carnevale. Siamo nel
circo del grottesco. Avati in una intervista televisiva ha un po'
minimizzato il pugno cinematografico che ha dato a tutti noi. Forse
perché sa di essere nella scia di vicende che raccontano la
mediocrità privata con il volto di Sordi o Tognazzi, del
funambolismo falso e irriverente con i tratti spavaldi di Gassman.
E ha detto che la sua opera non è interamente negativa visto
che alla fine c'è un ricongiungimento familiare. Non sono
d'accordo: il finale è solo apparentemente consolatorio
perché è vero che De Sica viene accolto e protetto
dall'ex moglie (Laura Morante) e dal figlio gabbato (Nicola
Nocella, ottimo esordiente), ma non si deve far finta di
dimenticare che il nucleo è di quelli disgregati,
disfunzionali. Non una famiglia vera, ma ridicolo barlume di
affetti, vortice di illusioni e centro gravitazionale dell'assoluta
mancanza del senso della realtà. Altro che happy
end. Anche la voluta contrapposizione tra la Bologna solidale
e la Roma gaglioffa è solo apparente. Due poli geografici e
morali, che però sono soltanto il grafico di un desiderio,
un riferimento a precise esperienze di vita. Ciò che fa
orrore, anche se non sorprende più (ecco il dramma),
è l'ascesa di un finanziere che si muove così bene
anche tra i lillipuziani della politica, che crede di avere il
passepartout per aprire porte e cancelli. La chiave magica
è una normale conoscenza della natura umana, un puntiglioso
e sempre aggiornato elenco di debolezze e vizi altrui. È
sufficiente un sussurro malevolo, non è necessario armare
navi o eserciti. A vincere oggi è la spruzzata di veleno,
non la spada.Vedendo
Il figlio più piccolo si avverte il disagio
della nostra pelle che diventa carta di un giornale letto appena
ieri. Il cinema, la letteratura, l'arte in genere non hanno
ovviamente il compito di esaltare ciò che non esiste. Non
siamo angeli, siamo uomini tristi e non buoni, diceva
Niccolò Machiavelli. Emmanuel Kant prudentemente ci
consigliava di dirigere la barra verso il "meglio", ignorando sogni
vertiginosi. Ci sentiamo tutti un po' "figli piccoli", da
illudere e imbrogliare a vita? Il borbottio che attraversa in
questi giorni la società è l'esempio di come anche la
vergogna possa avere il suo decibel. E poi il dubbio più
atroce: siamo davvero così cialtroni? È di limitata
consolazione il sapere che tra "clientes", "patrones" e "pecunia"
maleodorante ci siamo già stati al tempo dell'antica Roma.
Basta magari rammentare tale Marco Postumio di Pyrgi titolare di
contratti di fornitura per l'esercito, il quale faceva affondare di
proposito vecchie navi, dopo averle caricate di merci di poco
valore, per richiedere allo stato l'indennizzo di un valore molto
superiore. Raffrontare tuttavia i contorni, dell'antica Roma e di
quella emblematica (non s'illudano i leghisti, semmai scandaglino
il sottosuolo di Milano) che subiamo, è imbarazzante. Come
lo è la seguente domanda: dov'è quel "meglio"indicato
da Kant? E perché è una boa che ci appare sempre
distante anche se remiamo con l'onestà dei normali?
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