Rimettere i fondi, poi rivedere la legge
di Giancristiano Desiderio
[18 febbraio 2010]
Il governo alla fine dello scorso anno, con i bilanci dei
giornali già chiusi da un pezzo, ha varato una norma che non
solo cancella i contributi per i giornali per il futuro, ma anche
per il passato, non solo per l'anno in corso, ma anche per l'anno
precedente. Una norma folle che - al di là di come la si
pensi sui contributi per l'editoria a giornali di partito e di
cooperative di giornalisti - ha come effetto la chiusura di testate
che contribuiscono ad alimentare il dibattito di idee e di cultura
nel nostro Paese. Una evidente ingiustizia non solo nella sostanza,
ma anche nel modo in cui è stata fatta alla quale si
ribellano oltre 250 parlamentari che hanno firmato un documento in
cui chiedono di rimandare tutto al 2012 e nel frattempo ripensare
il sistema dei contributi all'editoria. Ma spieghiamo meglio
perché la norma voluta dal governo è folle.
Il governo non garantisce più i contributi e
venendo meno la certezza del contributo le banche non anticipano
più i soldi necessari per mandare avanti le redazioni. Il
governo sostituisce il "diritto soggettivo" con una promessa: a
fine anno vi daremo un po' di soldi. Insomma, la certezza del
diritto è sostituita con l'arbitrio del governo. Ma le
banche, che anticipano i soldi per i bilanci dei giornali, vogliono
certezze e non promesse. Sul caso è intervenuto il
presidente della Camera con alcune dichiarazioni che meritano
attenzione: «Dico con rammarico - dice Fini - che non
è stato possibile inserire nel maxiemendamento al decreto
Milleproroghe l'emendamento bipartisan per mettere al riparo le
testate sui finanziamenti, ma Tremonti ha ribadito che per il 2010
nessuna testata verrà privata dei finanziamenti con una
soluzione tampone». Al momento, dunque, i bilanci dei
giornali sono ancora legati ad una promessa e, in sostanza,
dipendono dalla volontà del governo. Il presidente Fini ha
anche aggiunto di condividere «con Tremonti che la presidenza
del Consiglio valuti chi ne ha davvero diritto e chi non ne
ha» e ha sottolineato che «ci sono testate che non si
capisce perché ricevano fondi pubblici e invece ci sono
testate storiche che non devono chiudere: per questo è
giusto che la presidenza del Consiglio valuti chi ha diritto e chi
no». È vero che va fatta chiarezza ed
è bene si distingua tra giornali e bollettini, ma tutto deve
avvenire nel rispetto della certezza del diritto e senza mettere in
difficoltà quotidiani e giornalisti che ogni giorno lavorano
e non possono di certo subordinare il loro esercizio di scrittura e
di critica al governo che promette soldi. Un'ultima, ma non
secondaria considerazione: il presidente del Consiglio è il
primo editore italiano e proprio per questo motivo il suo governo
non può permettersi di privare dei contributi gli editori, i
giornalisti, le cooperative che lo criticano e che gli fanno
concorrenza. Come si può capire, non è solo una
questione di buon gusto, ma di libertà civile.
Torna su ^