Cronache di liberal

Potevano scegliere fra il disonore

e la guerra. Hanno scelto

il disonore, e avranno la guerra

Winston Churchill

L'energia divisa tra Stato e cortile

di Giancristiano Desiderio [05 febbraio 2010]

Bisogna dire no al federalismo del no. A maggior ragione bisogna dire no al federalismo del no se i no riguardano nientemeno che la politica energetica. La notizia ormai è nota e la riepiloghiamo in un rigo: il governo - i ministri Scajola e Fitto - ha impugnato davanti alla Corte costituzionale le leggi di Puglia, Basilicata e Campania che impediscono di installare impianti nucleari nei loro territori. Se dovesse prevalere questa politica energetica regionalizzata sarebbe la fine del senso stesso dell'esistenza dello Stato e della nazione. Ma - aggiungiamo - siccome le regioni, piaccia no, esistono solo all'interno di uno Stato e di una nazione, ci sarebbe anche la scomparsa delle regioni che entrerebbero a far parte di altre "geografie politiche". È evidente, infatti, che se si vuole continuare a vivere nel mondo dell'attuale civiltà - e non sembra proprio che i pugliesi, i lucani e i campani ne vogliano uscire - dopo aver detto no all'energia nucleare, da qualche parte l'energia per portare avanti case, industrie, automobili, trasporti eccetera si dovrà pur prendere. Ma tutto ciò che si prende si paga. O la Puglia, la Campania e la Basilicata credono che l'energia sarebbe loro regalata? La decisione del governo ha già ricevuto le risposte di Niki Vendola e di Antonio Bassolino. Il primo, naturalmente in campagna elettorale, ha risposto che la Puglia sarà la regione più disobbediente d'Italia. Il secondo è invece entrato nel merito del provvedimento e ha citato la Costituzione dicendo che le regioni hanno voce in capitolo e "concorrono"alla definizione della politica energetica. Ora, proprio su questo punto c'è bisogno di essere chiari: solo lo Stato può essere il "titolare" della politica energetica che potrà essere definita con la collaborazione attiva delle Regioni ma che non può essere alienata a favore del diniego e dei veti regionali. Se così dovesse accadere lo Stato italiano non avrebbe più la sua prima e fondamentale ragion d'essere.

È bene che questo concetto sia chiarito dal partito che ha fatto del federalismo la sua fede: la Lega. Una cosa, infatti, è concepire il federalismo come decentralizzazione e trasferimento di funzioni; ben altra cosa, invece, è intendere il federalismo come un annullamento del potere dello Stato nazionale di assicurare a tutta la nazione la sicurezza. Se l'Italia perde la capacità di pensare in termini nazionali e le sue classi dirigenti operano in confini angusti e provinciali quali sono, in definitiva, quelli delle singole regioni, allora, lo Stato diventa un incidente di percorso degli ultimi centocinquanta anni. La Lega, che ha vinto la sua battaglia federalista, ha il dovere ora di schierarsi senza riserve per le ragioni dello Stato che se dovessero venir meno nel campo decisivo dell'energia spazzerebbero via anche il federalismo. Purtroppo, il federalismo si conferma nella sua tendenza di fondo: vogliamo i vantaggi ma non ci interessano gli svantaggi. Tradotto sul piano energetico: vogliamo il benessere energetico, ma le centrali di ogni tipo non vanno messe nel nostro giardino. Ma in qualche giardino bisognerà pur installarle. Uno Stato nazionale serve proprio a questo: a non ridurre il giardino in un orticello curato ma inutile.   

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