Il rugby del perdono
di Anselma Dell’Olio
[26 febbraio 2010]
Può il rugby guarire le ferite di una nazione? Questa
è la domanda che si pone l'ultimo film di Clint Eastwood.
Invictus racconta i passi iniziali di Nelson Mandela come
primo presidente nero del Sud Africa. La poesia omonima di W.E.
Henley parla del modo di affrontare spiritualmente le
avversità, in particolare l'ultima strofa: «Sono
padrone del mio destino, sono capitano della mia anima». I
neri odiavano il rugby, identificato con le ingiustizie del regime
di apartheid. La storia di Mandela presenta pericoli non
del tutto evitati da Invictus. Eastwood è talmente
carico di onori, ormai canonizzato come un Grande Cineasta, che la
sua ultima, modesta opera rischia di essere scambiata per un
capolavoro. Tratta dal libro di John Carlin, Playing The
Enemy, e limitandosi a raccontare un breve episodio
dell'epopea di un santo laico vivente, la storia aiuta a capire
come un uomo perseguitato sia riuscito a evolvere politicamente e
spiritualmente durante quasi tre decenni di carcere duro. Pur
riconoscendo la difficoltà di realizzare un film biografico
(è raro che facciano centro al botteghino e con i critici)
c'è qualcosa di pigro nel film, che elide la vita privata
dell'eroe. Nessun personaggio è approfondito, nemmeno il
protagonista. In gioco è la psiche collettiva della nazione
africana. Mandela resta una figura distante, iconica, sorridente,
saggio, gran lavoratore, dedito al bene, alla pacificazione e al
superamento degli odi atavici tra le razze.Tra i tanti copioni su
Mandela che hanno fatto il giro degli studios, però, questo
è l'unico a essere stato realizzato. Il rugby era talmente
inviso ai neri, che durante le partite internazionali tifavano per
gli avversari del proprio paese. È definito «uno sport
per hooligans giocato da gentlemen», mentre il
calcio, prediletto dalla gente di colore, è «uno sport
per gentlemen giocato da hooligans». Il film
è lastricato di battute gustose, come buoni canditi in un
dessert mediocre. Nel 1995, quattro anni dopo il rilascio di
Mandela e all'inizio della sua presidenza, il paese è diviso
tra bianchi che temono che un nero possa portare il paese alla
distruzione, e i neri che hanno una comprensibile voglia di
rivalsa. In carcere Mandela aveva studiato bene i suoi carcerieri:
il rugby era parte integrante della loro identità. Si batte
con i suoi per impedire che siano cambiati i colori della nazionale
e il logo (una gazzella chiamata Springbok, come la squadra) e fa
un discorso edificante in cui dice che il perdono libera l'anima.
Poi Mandiba (così i neri chiamano Mandela) porta dalla sua
François Pienaar, il capitano della nazionale, che sta
passando una brutta stagione di pessimi risultati. Si sa da subito
come andrà a finire, quando si giocheranno i mondiali di
rugby su territorio nazionale. Morgan Freeman era l'inevitabile
scelta per il ruolo del Nobile Indigeno. (Sui manifesti,
però, campeggia in primo piano la facciotta di Pienaar -
Matt Damon - con Mandela-Freeman dietro di lui in campo lungo, per
attirare più giovani al film.) L'eroe convince Pienaar ad
aiutarlo a rendere il rugby e la nazionale, con un solo giocatore
nero, qualcosa che appassioni tutti gli afrikaner, per
esempio andando con i giocatori nelle townships nere a
insegnare lo sport ai bambini più poveri.
Ci sono brevi accenni alla vita privata dei
protagonisti. Vediamo Pienaar con i genitori e la fidanzata bianca,
mentre la governante nera Eunice (Sibongile Nojila) guarda sorniona
dal suo tavolo da stiro quando lui compare in una tv
anti-apartheid. Mandela è visto spesso con la segretaria
Brenda (Adjoa Andoh) e il film dà delle gomitate per
convincerci del suo debole per la femminilità. Nota che
Brenda ha cambiato pettinatura e la riempie di complimenti; poi
chiede del suo abito nuovo che trova assai donante, senza nemmeno
preludere alla nascita di un rapporto intimo; né ci sono
accenni alla terza moglie, che sposerà a ottant'anni poco
tempo dopo, nel 1998. Infatti Graça (Grace) Machel, vedova
del presidente del Mozambico, morto in un incidente aereo nei cieli
sopra il Sud Africa nel 1984, l'unica donna al mondo ad aver
sposato due capi di Stato, è assente dal film. Sarebbe stato
interessante sapere qualcosa di più di un'attivista non
banale, che ha detto del nuovo marito: «Mandela è un
simbolo, non un santo. Ha le sue debolezze». Ma, forse
perché è un'opera aggressivamente nobile,
Invictus preferisce ignorare la dimensione meramente umana
del protagonista. Forse lo sceneggiatore, Anthony Peckham, o
Eastwood stesso, inserendo l'attenzione alla cura femminile di
Brenda, volevano rendere l'Uomo Solo he descrivono un pochino meno
eunuco messianico di quanto compare nel film agiografico. È
vero che si tratta di persone ancora viventi e magari gelose della
loro privacy, ma la tormentata storia di Mandela con la seconda
moglie, Winnie Madikizela, è stata rimossa. C'è solo
un criptico accenno alla sua esistenza; una delle figlie (Winnie e
Nelson si sposarono nel 1958, e hanno due figlie, Zenani e Zindzi)
compare brevemente. Ha l'aria di essere sempre arrabbiata, ma non
è dato sapere perché. Nella prima scena in cui li
vediamo insieme, Mandela le mostra un braccialetto che «la
mamma» aveva dimenticato, e le chiede di renderlo alla madre.
La giovane risponde con tono villano: «Buttalo nella
spazzatura». E quando il padre risponde con garbo che lui non
ne ha il diritto, perché l'oggetto non gli appartiene, la
figlia è lapidaria: «Se l'ha lasciato qui, è
segno che non ne voleva più sapere». Non si fa mai il
nome di Winnie, chiacchierata dirigente dell'African National
Congress, il partito di Mandela; sembra un dialogo in codice per i
ben informati.
La coppia era ancora sposata quando Mandela è
diventato il capo della nazione ma Winnie non è mai stata
First Lady. Due anni prima si erano separati, in seguito alla
rivelazione d'indiscrezioni sessuali commesse da Winnie
dopo la liberazione del marito. Si può capire che
la disinvolta e spregiudicata ex moglie, con molte ombre sulle sue
attività durante la prigionia del marito, presentava troppi
nodi angoscianti in un film che vuole elevare le anime. Le macchie
nere sulla carriera dell'intraprendente ex consorte hanno bisogno
di una disamina ben più complicata e spinosa di quella che
si è prefissata Invictus. Ignorandola il film non
la oscura affatto, anzi: è come l'elefante nella stanza che
tutti fingono di non vedere. Invictus ha già
raccolto una candidatura come miglior film, una sciocchezza
politicamente corretta dei Golden Globes, decisa dai circa novanta
soci della stampa estera a Los Angeles. Non ha vinto, per fortuna,
e i più qualificati e numerosi membri degli Academy Awards
non si sono fatti ingannare troppo. Era scontata la candidatura di
Freeman-Mandela, alla sua quinta nomination all'Oscar, questa volta
come attore protagonista dopo Million Dollar Baby, l'unico
vinto nel 2005 come attore non protagonista (le altre candidature
erano per The Shawshank Rebellion, 1995, A
spasso con Daisy, 1990 e Street Smart, 1988).
È molto meno scontata, anzi è francamente
incomprensibile la candidatura a miglior attore non protagonista di
Matt Damon. Il suo ruolo è limitato a grugniti sul campo di
gioco, costernazione per la nazionale perdente, e sconfinata
ammirazione per il carismatico leader nero. È un bravo
attore, Damon, come chiunque abbia visto The Informant di
Steven Soderbergh può testimoniare. Forse l'hanno candidato
per aver buttato giù la ventina di chili flaccidi che aveva
preso per quel film, per i muscoli tonici che ha acquisito per
questo, e per il suo borbottare in un accento afrikaner
(nella versione originale) che pare sia corretto ma che è
difficile da decifrare anche per i toni bassi da Actor's Studio. Se
si pensa che c'è un candidato allo stesso premio del calibro
di Christoph Walz, l'indimenticabile nazista di Bastardi senza
gloria, si può solo scuotere la testa, disarmati. Gli
esperti dicono che le scene dell'ultima partita contro la
fortissima squadra della Nuova Zelanda sono girate correttamente.
Le immagini elaborate al computer che riempiono lo stadio di tifosi
virtuali sono convincenti. Chi non sa nulla delle regole del rugby
non ne ricaverà granché. Il finale della coppa del
mondo è il culmine del film e quei venti minuti servono a
illustrare il riavvicinamento delle diffidenti guardie del corpo
nere con quelle bianche, che Mandela aveva insistito restassero
dopo la sua elezione, con iniziale smarrimento e disapprovazione da
parte dei bodyguard neri. Sono edificanti e illustrative
le scene ricorrenti fuori dallo stadio, che mostrano un ragazzino
nero prima lontano e poi in avvicinamento lento, pochi passi alla
volta, all'auto di poliziotti bianchi che ascoltano la partita alla
radio; quando arriva il goal finale ai tempi supplementari,
esultano insieme come vecchi amici, come le guardie del corpo
dentro lo stadio: un festeggiamento arcobaleno, finalmente. La
delusione per un film dalla fotografia sbiadita, dai contenuti
politicamente stracorretti e dalla sceneggiatura un po' pigra,
è superata dalla soddisfazione per un happy end che
non può che rallegrarci e un personaggio che è
impossibile non ammirare.
Torna su ^