Lourdes per tutti
di Anselma Dell’Olio
[13 febbraio 2010]
Lourdes apre con una scena da cinema muto: in una
simmetrica sala da pranzo alberghiera, le cameriere finiscono di
apparecchiare i tavoli, con gesti né lenti né
affrettati, limati dalla ripetizione. Un po'alla volta la sala si
riempie di persone in sedie a rotelle spinte dai loro assistenti,
tutti in divisa da volontari dell'Ordine di Malta. Le giovani
accompagnatrici sembrano crocerossine o suore, crestine e abiti
bianchi con golfini rossi; i maschi somigliano a soldati di un
esercito salvifico, divise verde marcio con berretti rossi. Sullo
sfondo l'Ave Maria di Schubert contribuisce all'atmosfera
carica di attesa ma non particolarmente spirituale. Dalla prima
inquadratura ci sentiamo in mani sicure; la regista Jessica Hausner
(Lovely Rita, racconto di formazione e Hotel, un horror)
s'ispira ai più diversi autori, come Jacques Tati - ha il
suo umorismo ellittico e mai insistito - e il Carl Dreyer di
Ordet, che alcuni ritengono il vero capolavoro del regista
danese, al posto del più amato e conosciuto La passione
di Giovanna d'Arco. Si potrebbe descrivere come uno stile
minimalista, quello della Hausner, se non fosse totalmente privo di
snervanti lentezze e autocompiacimenti tipici del genere, che
inducono catalessi in chi non è appassionato al tedio
artistico. Chi eviterà questo film, magari immaginando che
si tratti di un film «religioso» in senso tradizionale,
commetterà un grave errore. Il talento e l'intelligenza
della Hausner (classe 1972) non sono limitati alla scelta di
maestri eccellenti, ma includono il desiderio di rilevare tutti gli
aspetti della fede, dei miracoli, del disincanto degli infedeli,
delle meschinità troppo umane dei credenti, lasciando a
ognuno lo spazio di tirare, se ne ha voglia, le proprie
conclusioni. Gli atei ci inzupperanno il pane, la gente di fede si
divertirà senza cambiare idea. La regista non trucca le
carte: non usa gli stilemi del cinema trascendentale, in cui si
creano con diavolerie tecniche atmosfere emozionanti e
«metafisiche»; né fa il contrario, usando l'arte
e le luci per degradare l'esperienza di Lourdes alla pura
mercificazione della speranza. Lo sguardo dell'autore è
equanime, austero, clinico ma non freddo. Christine (Sylvie
Testud), la protagonista, è una giovane donna costretta da
anni su una sedia a rotelle dalla sclerosi multipla. In una delle
prime conversazioni che ha con Kuno (Bruno Todeschini), il
volontario concupito da lei e dalla sua giovane accompagnatrice
Maria (Léa Seydoux), si fa riferimento alla
commercializzazione del santuario, «un po' troppo
turistico» per i suoi gusti. Ma non siamo assaliti da riprese
riduttive di negozi traboccanti chincaglieria religiosa o facili
manipolazioni del genere. L'idea è presente in una sola
immagine ripetuta, quella di una classica statua della Madonna a
mani congiunte, vesti bianche e azzurre, l'espressione dolente ed
estatica; sospesa sul capo c'è una corona illuminata al
neon. È tipico dell'umorismo deadpan della Hausner;
più che dissacrante è una visione sottilmente
malandrina: diverte senza offendere.
Una volta conclusa la cena della comitiva
appena arrivata, ci sono il benvenuto, gli annunci di servizio e le
raccomandazioni («La visita alla grotta è rimandata;
aiutiamo i malati a sentirsi meno soli, a trovare un po'di
serenità, di sollievo. Alla fine si assegnerà il
premio per il miglior pellegrino » (sic). La superiora delle
volontarie è una donna severa e compunta, puntigliosa e
corretta; nasconde un segreto che sarà rivelato solo verso
la fine. È lei che accompagna la giovane Maria per
assisterla nel mettere a letto Christine, che è immobile dal
collo in giù. È la superiora che l'assiste in bagno
per le abluzioni preparatorie al sonno e che dà istruzioni
all'inesperta Maria su come si sposta e s'adagia una paraplegica
sul letto: con le braccia incrociate sopra il rivoltino del
lenzuolo. Poi le due donne s'inginocchiano ai lati del letto per
recitare l'Ave Maria. Sylvie Testud è perfetta nel ruolo di
una giovane donna non particolarmente credente che spera lo stesso
nella grazia. Maria le chiede se ne ha fatti molti di
pellegrinaggi, e lei risponde «sì, altrimenti non
uscirei mai di casa: è difficile viaggiare in
carrozzella». A Kuno dice di preferire i viaggi culturali; a
Roma, per esempio. «Anch'io preferisco Roma», risponde
il belloccio in uniforme. Kuno è un oggetto del desiderio
femminile. Impariamo qualcosa di lui, giusto quel che basta. Mentre
della goduriosa Maria capiamo di più: «Di solito vado
a sciare, ma volevo fare qualcosa di diverso, dare un senso alla
mia vita». È una ragazzotta carina e superficiale,
vogliosa di fare esperienze ma appena può molla Christine e
insegue il divertimento e i flirt.Come molti che almeno una volta
si offrono di accompagnare i malati ai santuari, è «il
diverso» che l'ha attratta, più della ricerca di un
significato. Gli atei si beano di trovare Lourdes un film
«crudele», per la sotterranea (fino a un certo punto)
«competizione » tra Maria e Christine, e che a sorpresa
vedrà un rovesciamento dei ruoli. All'inizio è la
malata che guarda con invidia e una dissimulata disperazione il
cinguettio delle volontarie che socializzano ed escono, beate loro,
con i colleghi maschi. «Non sappiamo nemmeno se è
sposato quello lì» dice a Maria una volontaria
parlando di Kuno; e dopo una brevissima pausa aggiunge, «ma
cosa ce n'importa?» e giù risate, mentre Christine
ascolta, di fatto invisibile e fuori dal gioco; ma le cose
cambiano. Alla regista non interessa la storia della giovanissima
analfabeta Bernadette che vede «una bella signora»
nella grotta (erano altri a decidere che si trattava della madre di
Gesù). Si parla sin dall'inizio del film di guarigioni
inspiegabili e dunque miracolose avvenute in quel luogo, e della
speranza accesa di conseguenza in tanti malati. Alla prima cena gli
organizzatori distribuiscono pile di libretti che raccontano la
storia delle apparizioni della Vergine, dei «segni» e
delle prove: la sorgente d'acqua fino allora sconosciuta nel posto
indicato dalla Vergine, le rose d'inverno, la diffidenza delle
autorità ecclesiastiche. Per la storia della pastorella
inizialmente derisa, c'è il film Il canto di
Bernadette (1943) con Jennifer Jones, tratto dal libro di
Franz Werfel, e che molte televisioni d'Occidente, Rai compresa,
rimandano in onda con regolarità durante le festività
pasquali. Ha un ottimo cast tra cui Vincent Price, Charles Bickford
e Lee J.Cobb; è diretto da Henry King, un abile mestierante
di Hollywood (Le nevi del Kilimanjaro, Carousel, Il vecchio e
il mare, L'amore è una cosa meravigliosa) e non annoia.
A differenza di Lourdes è un film partigiano,
un'agiografia ben riuscita.
A Lourdes, però, interessano gli
spostamenti dell'anima che ruotano intorno alla ricerca di una
grazia divina. Un gruppo di preghiera è raccolto intorno
alla statua della Madonna col cerchietto al neon. Una signora
chiede di non sentirsi più inutile; un uomo abbandonato
dalla fidanzata quando si è ammalato, chiede di trovarne
un'altra. Alla fine di ogni supplica, il gruppo recita in coro:
«Ascoltaci, o signore». In una sala i pellegrini
guardano la testimonianza di un uomo che era paralizzato, e che
dopo la visita al santuario ha ritrovato la mobilità. Alla
fine del video una coppia di donne ciarliere, una sorta di coro
greco ricorrente, spettegola: «Hai visto che quel
miracolato non si è mai alzato dalla sedia: era
sempre seduto». «Dà da pensare, no?».
Nella lunga fila che avanza lentamente verso la grotta e il
«battesimo» con l'acqua della sorgente di Bernadette,
una donna racconta di un malato di sclerosi a placca guarito
(Christine drizza le orecchie). «Non sotto l'acqua - precisa
- ma durante la benedizione». «Ma non è durata -
commenta - per questo non ne parlano». «E quando
dura?», chiede una signora anziana. A turno i malati sono
portati dietro una tenda bianca, spogliati, il corpo fasciato con
un lenzuolo bianco e le spalle coperte con uno scialletto azzurro.
Un giorno, mentre Christine è spinta nella carrozzella per
una seconda visita alla grotta, guarda la roccia, che la prima
volta aveva toccato grazie a Maria, che le aveva preso la mano
rattrappita e l'aveva sfiorata sulla pietra. Questa volta, senza
che altri se ne accorgono, Christina alza la mano e tocca la pietra
da sola. Quella notte si sveglia, si alza,va in bagno e si veste.
Il bel Kuno, colpito, mostra per la prima volta un autentico
interesse per Christine, ora che la considera
«speciale», cosa che ci fa capire che lui non lo
è.Ora tocca a Maria di essere rosa dalla gelosia, e altri
malati sono invidiosi: «Perché a lei e non a
me?». Il film accumula una serie di minuscoli momenti
esistenziali che insieme creano una luminosa elegia alla vita, alla
sua magia e al suo mistero. È a sua volta un piccolo
miracolo di metafisica laica. Se la regista non è credente,
il miracolo è ancora maggiore. Lourdes ha vinto sia
il Premio Brian dell'Unione Atei e Agnostici sia il Premio Signis,
Organizzazione cattolica internazionale per il cinema. Non fate la
stupidaggine di perderlo.
Torna su ^