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La vendetta di Mihaileanu

di Anselma Dell’Olio [06 febbraio 2010]

Chissà perché, ma nemmeno per sbaglio riusciamo a fare piccoli, grandi film dai costi contenuti come An Education, scoperto a Sundance. Tratto da un racconto di formazione autobiografico della giornalista inglese Lynn Barber, accoglie l'ineguagliabile consiglio/metafora yankee per chi ha fretta di affermarsi con un contributo «originale»: Make a better mousetrap. Non scervellarti a inventare chissà quale diavoleria mai pensata prima: prendi una semplice trappola per topi e migliorala.An Education è la sempiterna storia della giovane carina, vispa e impaziente di abbandonare la grigia esistenza da studentessa e figlia e iniziare la «vera vita» da adulta. Incontra un uomo più grande, affascinante, navigato e impara lezioni preziose e penose non disponibili nelle aule scolastiche. Jenny (Carey Mulligan) è una sedicenne che vive nel tranquillo sobborgo di Twickenham fuori Londra, suona il violoncello e studia in una scuola per signorine nella speranza di entrare a Oxford. I genitori middle class (Alfred Molina e Cara Seymour) sognano l'ascesa sociale della figlia attraverso una laurea prestigiosa. È il 1961, la Swinging London è ancora in incubazione, e ci sono gli strascichi del dopoguerra. I sogni della ragazza girano più che intorno allo studente timido e goffo che la corteggia, dalle parti delle chansons di Juliette Greco, l'esistenzialismo, la vie de bohéme della Rive Gauche, e una vita colta, anticonformista e sofisticata lontana dai perbenismi e dalle restrizioni dei bravi genitori conservatori e pochissimo mondani. Un giorno, alla fermata dell'autobus con il suo violoncello sotto una pioggia torrenziale, un bell'uomo in un'auto favolosa le offre un passaggio. Anticipa la diffidenza della ragazza, offrendo di portare lo strumento mentre lei segue a piedi. Dopo pochi metri Jenny è zuppa e decide di fidarsi. Sale in macchina e David (Peter Saarsgard) la incanta parlando della musica classica e facendo balenare la possibilità di una vita più ampia e gloriosa oltre i confini di Twickenham. Per portarla al concerto deve prima ottenere il consenso del severissimo padre; Molina è superbo nel ruolo di un padre protettivo e provinciale, pronto a essere sedotto esattamente come la figlia dal mellifluo, elegante David, tanto da perdonargli non soltanto di essere ebreo, ma pure di avere il doppio degli anni della figlia. L'agio con cui il colto bon vivant va e viene dal centro di Londra, i ristoranti e i teatri che frequenta, il name-dropping letterario («C.S. Lewis era mio professore a Oxford. Siamo buoni amici») per tranquillizzare la famiglia sulle sue intenzioni, lo rapiscono. Intravede per la figlia la promozione tra i ranghi della «gente che conta» che vuole per lei. Gli concede di portarsela («Con mia zia che farà da chaperon» mente David) in giro per feste, cene, gite e weekend a Parigi. Sin dalla sua apparizione intuiamo che il tipo è troppo perfetto per essere vero.David ha come intimi e soci Danny e Helen, una coppia di amici di mondo (Dominic Cooper e Rosamund Pike); Helen aiuta Jenny a trasformarsi in cigno soigné, Danny le parla di quadri e romanzi d'autore, e insieme vanno nei night glamour a sorseggiare ottimo champagne. Ma né la coppia chic né David sembrano avere una bussola morale che funzioni. Jenny è l'invidia delle compagne di scuola, e la sua premurosa insegnante di letteratura (Olivia Williams) e la severa preside (ben tornata Emma Thompson) sono allarmate dalla sua crescente spregiudicatezza e dal suo disinteresse per gli studi. La fretta di emanciparsi dei ragazzi è universale, come lo sono le delusioni d'amore. Carey Mulligan è una scoperta e si scommette su una nomination all'Oscar per lei. Sarsgaard è un seduttore sincero e marpione, solare e viscido; un perfetto amalgama di luci e ombre, e se il finale è un tantino confezionato,non rende meno godibile il film. La sceneggiatura è di Nick Hornby (About a Boy,High Fidelity) che ha scoperto il racconto sulla rivista letteraria Granta e l'ha portato ad Amanda Posey, sua moglie e una produttrice del film. Nepotismo e raccomandazioni vanno benissimo se i risultati sono di questo livello. La regista è la danese Lone Scherfig, autrice del graziosissimo Italiano per principianti.

Radu Mihaileanu è l'autore di Train de vie, una buffa e gioiosa fiaba su una comunità di ebrei dell'Europa centrale in fuga dall'Olocausto su un finto treno di deportazione, completo di nazisti travestiti. Era un salutare e assai divertente antidoto al bizzarro premio Oscar La vita è bella. Ora il regista, rumeno rifugiatosi a Parigi nell'era Cesausescu, torna con un altro film su una truffa che si vendica della Storia, Il concerto. Andrei Filipov era un giovane prodigio all'apice del successo come direttore d'orchestra al Bolshoi di Mosca all'epoca di Breznev; ricevuto l'ordine di licenziare gli orchestrali ebrei, si rifiuta di farlo. Cade in disgrazia insieme con i suoi musicisti; solo che invece di essere cacciato è retrocesso a custode, bidello, uomo di fatica del Bolshoi. Una sera tardi mentre rassetta l'ufficio del direttore, il fax si mette a ruttare: è un invito urgente per il Bolshoi al Théatre du Chatelet. Il direttore parigino Duplessis (François Berléand) chiede un favore, sostituire un'altra orchestra che ha dato forfait all'ultimo momento: si va in scena tra due settimane. Il desiderio di rivalsa di Andrei per le umiliazioni subite e lo struggente sogno di riunire i suoi musicisti per suonare ancora una volta insieme infiamma il suo cervello e la sua fantasia. Folgorato dall'idea di un ultimo, trionfante ritorno in scena, ordisce un complotto. Finge di essere il legittimo destinatario del fax, s'impegna con Duplessis per la data, e poi chiama a raccolta i suoi ex collaboratori, tra cui il suo miglior amico Sasha, violoncellista (Dmitri Nazarov); tutti ridotti a sbarcare il lunario alla buona: autisti, violinisti tzigani, meccanici. Insieme suoneranno il Concerto N. 35 di Tchaikovsky, il suo cavallo di battaglia. Il falso direttore (Alexei Guskov) negozia con Parigi per avere come solista la violinista Anne-Marie Jacquet, la luminosa e brava Mélanie Laurent (la bionda ebrea di Bastardi senza gloria). Intorno alla sua nascita c'è un mistero: è stata cresciuta dalla donna che le fa da agente; sulle sue origini c'è un segreto. Solo organizzare il viaggio dell'intera combriccola raffazzonata, radunata all'impronta, con passaporti falsi compilati all'ultimo momento all'aeroporto, è un'impresa titanica e improbabile che dà luogo a scene esilaranti. È la Russia satirizzata da un ebreo rumeno perseguitato da un regime comunista, costretto a cambiare il nome ebreo, Buchman, in Mihaileanu. È divino l'impresario Ivan (Valery Barinov), comunista irredento che ama la musica sopra ogni cosa (partito a parte) e sentirsi importante; adora che gli ripetano che il concerto non avrà luogo senza di lui. La sua visita alla sede del Partito comunista francese, la riunione degli sparuti fedeli e i discorsi appassionati quanto ammuffiti hanno una tragica comicità irresistibile.Al Festival di Roma, il pubblico è impazzito per il film.   

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