Cronache di liberal

Potevano scegliere fra il disonore

e la guerra. Hanno scelto

il disonore, e avranno la guerra

Winston Churchill

L'esercito degli "invisibili" sta pagando per tutti

di Giuliano Cazzola [02 febbraio 2010]

Nella sua omelia il Santo Padre ha espresso parole di sostegno a due delle principali vertenze aperte in questi mesi: alla Fiat di Termini Imerese e all'Alcoa di Porto Vesme. Si tratta di stabilimenti importanti per quanto riguarda il numero dei posti di lavoro in pericolo, ma soprattutto per il ruolo che essi svolgono nei rispettivi contesti socio-economici. Dall'alto del suo magistero, Benedetto XVI non poteva che rivolgersi al management delle due aziende invocando un maggior senso di responsabilità nei confronti dei lavoratori. Il richiamo del Pontefice è stato subito condiviso dal ministro Maurizio Sacconi, il quale ha sicuramente operato nel migliore dei modi possibili durante la fase più dura dell'emergenza. Tutti, però, dobbiamo evitare di compiere errori che sarebbero capitali in una fase come l'attuale. Comprendendo in primo luogo che certe scelte dolorose di ristrutturazione produttiva non sono la conseguenza di protervia ma corrispondono a precise esigenze della competizione internazionale. Alla Fiat, per esempio, il sistema-Paese sta rischiando di commettere il medesimo errore di valutazione compiuto nell'autunno del 1980, quando il sindacato andò incontro a una storica sconfitta per essersi rifiutato di comprendere che, in mancanza di un profondo cambiamento, il gruppo sarebbe stato condannato a un declino inesorabile. La Fiat di Marchionne non è più un'azienda italiana, ma una multinazionale in lotta per conquistare le dimensioni produttive e gli insediamenti strategici, dal punto di vista commerciale, che le consentano di restare uno dei gruppi produttori di auto anche in futuro. Che gli stabilimenti di Pomigliano d'Arco e di Termini Imerese siano delle palle al piede è del tutto evidente. Eppure l'azienda è disposta a spostare a Pomigliano delle produzioni ora svolte in Polonia, mentre a Termini Imerese sono stati presentati dei piani di riconversione produttiva, sulla carta interessanti e meritevoli di approfondimento.

Sarebbe sbagliato - lo diciamo al Governo e ai sindacati - non andare a vedere, attestandosi in difesa di una realtà esistente che non è più sostenibile. L'economia ha le sue leggi, che vengono prima delle considerazioni etiche ed umanitarie, alle quali deve pensare lo Stato con le politiche industriali, le politiche attive del lavoro e gli ammortizzatori sociali. Nei giorni scorsi la Cgil ha certificato che le ore autorizzate di cassa integrazione nel 2009 sono state pari ad un miliardo. Come se fosse colpa del Governo, il quale, invece, si è sforzato di trovare i finanziamenti necessari. Purtroppo, quelli che hanno pagato un prezzo più alto alla crisi, continuano ad essere degli «invisibili ». Secondo l'Istat, nel primo semestre del 2009 l'occupazione alle dipendenze è diminuita dello 0,3% (su base annua): un dato non allarmante. Più serie sono invece le statistiche riguardanti l'andamento delle diverse componenti. A fronte, infatti, di un incremento dello 0,9% dell'occupazione a tempo indeterminato, vi è stato un crollo dell'8,3% del lavoro a termine. In questa diminuzione sono coinvolti prevalentemente dei giovani fino a 34 anni (che costituiscono il 75% delle perdite). Sull'altro versante - per effetto di norme positive sull'età di pensionamento - è cresciuta di 130mila unità l'occupazione degli over 50. Dei 240mila lavoratori autonomi che hanno perso il lavoro (rispetto al corrispondente periodo del 2008) 86mila sono cocopro. In tale ambito, dei 474mila lavoratori al di sotto dei 35 anni che hanno perduto l'impiego, 145mila sono lavoratori a termine che non hanno avuto il rinnovo del contratto. Il Governo è assolutamente consapevole di tale realtà. Il ministro Maurizio Sacconi è in corso un confronto sulla formazione professionale a cui intende destinare importanti risorse d'intesa con le Regioni. Ma non è fuori luogo porsi una domanda. Sono in grado e disponibili le Regioni ad occuparsi seriamente di formazione professionale? Ad osservare la sostanziale non applicazione che ha avuto il contratto di apprendistato, come riformato dalla legge Biagi, si direbbe proprio di no. Le polemiche che hanno accompagnato, da ultimo, l'emendamento sull'apprendistato come mezzo per assolvere il diritto-dovere d'istruzione è molto significativo di una contrapposizione culturale tra scuola e lavoro. Eppure, in una recente pubblicazione de Il Mulino-Arel, intitolata «Le riforme che mancano: trentaquattro proposte per il welfare del futuro» a cura di Carlo Dell'Aringa e Tiziano Treu, con prefazione di Enrico Letta, nel capitolo dedicato all'apprendistato, scritto da Pier Antonio Varesi, ordinario di diritto del lavoro presso l'Università Cattolica (dal titolo «Tre mosse per rivitalizzare l'apprendistato») vengono svolte alcune considerazioni sul tema dei percorsi formativi. «Sul punto - è scritto - va chiarito che «formazione formale» non corrisponde a formazione «esterna all'azienda » (contrapposta a formazione «interna »), né a formazione erogata necessariamente dalla pubblica amministrazione (contrapposta a formazione in capo al datore di lavoro). Può ben essere considerata idonea all'assolvimento dell'obbligo anche la formazione svolta in azienda su progettazione del datore di lavoro e con oneri a carico dello stesso datore».

Ciò che conta - prosegue l'autore - è che qualunque sia il soggetto erogatore o il luogo di svolgimento, si tratti di un processo di «formazione formale», corrispondente ai requisiti richiesti (progetto con obiettivi formativi, esiti verificabili e certificabili, idoneità delle strutture e delle figure professionali competenti). Se queste sono le considerazione di un importante tink tank del centro sinistra era proprio il caso di polemizzare sull'emendamento?   

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