I pruriti creativi di Peter Gabriel
di Stefano Bianchi
[13 febbraio 2010]
Tira una brutta aria, quando si rivisitano le canzoni altrui.
Chi fa le cosiddette cover, di solito ha l'ispirazione
ridotta al lumicino, un piede nell'età pensionabile e un
gusto masochista per il karaoke. Peter Gabriel, per fortuna, non
l'ha vissuta così: ha scelto grossi calibri (David Bowie,
Lou Reed, Paul Simon, Randy Newman, Neil Young, Radiohead, Talking
Heads), un manipolo di belle speranze (Elbow, Arcade Fire, Bon
Iver, The Magnetic Fields, Regina Spektor) e dopo aver pizzicato
dal loro repertorio i pezzi meno noti (tranne Heroes di
David Bowie e The Boy In The Bubble di Paul Simon) li ha
scomposti, denudati e sfilacciati radicalizzandoli con una
disciplina del canto più teatrale che emotiva. Senza
chitarra e batteria, ma utilizzando un'orchestra sinfonica,
Scratch My Back («grattami la schiena »)
ribalta il concetto di cover. Qui non si rifà nulla
ma si crea ex novo. In queste dodici tracce, Peter Gabriel
si è preoccupato di far tabula rasa delle versioni
originali. E di spingersi oltre, sperimentando, com'è sua
abitudine da quando è solista (dopo essersi totalmente
dimenticato dei Genesis). Lo ha fatto con tre «spalle»
di cui fidarsi a occhi chiusi: il produttore Bob Ezrin (in
curriculum Berlin di Lou Reed e The Wall dei Pink
Floyd), il compositore e arrangiatore John Metcalfe, ex Durutti
Column, e l'ingegnere del suono Tchad Blake (Suzanne Vega, Sheryl
Crow, Tom Waits). Nel suo incedere da mantra, in quell'ispirarsi
alle partiture dei compositori classici del Novecento (Igor
Stravinskij, Steve Reich, Philip Glass, Arvo Pärt, Michael
Nyman), Scratch My Back non è un disco facile da
assimilare. Dopo averlo ascoltato, indugerete a tornarci sopra. Ma
una volta riapprocciato, ne apprezzerete le virtù
musicoterapeutiche e le affinità con altre incisioni
disossate, The Crying Light di Antony e Magic And
Loss di Lou Reed su tutte. Se la titanica Heroes di
David Bowie è un sussurro che si evolve in crescendo
sinfonico, The Boy In The Bubble di Paul Simon, azzerata
l'anima sudafricana, si reinventa minimale coi contrappunti di un
pianoforte che pare suonato da Eric Satie. Mirrorball
(Elbow), vive di afflati romantici e improvvise impennate di viole
e fiati, mentre Flume (Bon Iver) scorre scarnificandosi un
poco alla volta. L'abbraccio orchestrale si fa più
coinvolgente in The Book Of Love (The Magnetic Field) e
Philadelphia (Neil Young), mentre The Power Of The
Heart (Lou Reed) sprigiona un'ineffabile leggerezza melodica.
Ma sono fuggevoli attimi, giacché l'atmosfera torna a
rapprendersi ritagliando gli struggimenti emotivi di My Body Is
A Cage (Arcade Fire) e la tristezza crepuscolare di I
Think It's Going To Rain Today (Randy Newman). La vena
più avantgarde, invece, prende forma nell'ossessivo
dipanarsi degli archi (come se i Kraftwerk di punto in bianco
decidessero di sinfoneggiare) che sottolinea Listening
Wind dei Talking Heads, nella drammaticità e
nell'accavallarsi di archi e fiati in Après Moi
(Regina Spektor), nell'incedere grave e fuligginoso di Street
Spirit (Fade Out) dei Radiohead. Dopo essere stati
«coverizzati», gli artisti ricambieranno il favore
rivisitando il meglio dal canzoniere di Peter Gabriel.
Succederà quanto prima nell'album I'll Scratch
Yours: dopo «grattami la schiena»,
«gratterò la tua». Hanno aderito tutti, eccezion
fatta per il desaparecido David Bowie che si avvia al
ruolo di Jerome David Salinger del pop. Al suo posto (era il
coautore di Heroes) lo stratega dell'ambient
music Brian Eno.
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