I Massive Attack dettano (ancora) legge
di Stefano Bianchi
[06 febbraio 2010]
L'hanno inventato loro, il battito elettronico alla moviola. E
il trip-hop, a partire dall'anno di grazia 1991 dell'album Blue
Lines e di quel gioiello di creatività intitolato
Unfinished Sympathy, si è messo a impollinare dub,
hiphop, funk e reggae creando ogni volta qualcosa di nuovo e
imprevedibile. Sette anni dopo 1000th Window, i Massive
Attack di Bristol si rimaterializzano con Heligoland.
Robert «3D» Del Naja, che si è intascato il
David di Donatello con Herculaneum (brano che accompagna i
titoli di coda del film Gomorra, ispirato all'omonimo
romanzo di Roberto Saviano) ribadendo la propria
«italianità » (il padre è di Napoli), non
è più solo. Accanto a lui, ritroviamo Grant
«Daddy G» Marshall.Andrew «Mushroom»
Vowles, il disc jockey che «modellava» i suoni
campionandoli, da tempo non è più della partita.Ma
non importa. Bisognava pur ricominciare, dando come sempre l'idea
del gruppo duttile e malleabile: come nel '95, quando trasformarono
la plumbea Karmacoma in The Napoli Trip con la
partecipazione straordinaria degli Almamegretta. E se fino a ieri,
oltre che da «3D» Del Naja, le parti vocali venivano di
volta in volta garantite da «ospiti» quali Tricky
(quando il trip-hop doveva raggiungere il grado massimo del
raggelamento), Neneh Cherry, Tracey Thorn degli Everything But The
Girl, Elizabeth Frazer dei Cocteau Twins e Sinéad O'Connor,
il nuovo canzoniere si affida chiavi in mano alla bravura di
Martina Topley- Bird, Hope Sandoval, Tunde Adebimpe dei Tv On The
Radio, Guy Garvey degli Elbow, Damon Albarn dei Blur e di Horace
Andy, ottimo militante in Protection ('94) e nei succitati
Blue Lines e 1000th Window. Non crediate che il
nerofumo se lo siano tolto com- pletamente di dosso, i Massive
Attack. Il trip-hop, dentro Heligoland, è ancora
più che palpabile e fantasmatico. Eppure, in gran parte
delle dieci composizioni, c'è una polpa sonora più
vellutata. Una vena di malinconia che stordisce. Pray For
Rain, cantata da Tunde Adebimpe e innervata da tastiere e
percussioni, affonda ossessivamente nel fango ma lascia intravedere
(col respiro degli archi) uno speranzoso spiraglio di luce.
Spezzettata e singhiozzante, con qualche pudica incursione nel
rock, Babel si affida invece alla voce di Martina
Topley-Bird che ritroviamo nella folkeggiante Psyche, fra
sonorità circolari che ricordano Philip Glass e la Penguin
Cafe Orchestra. Gran giro di basso, torridi fiati e canto reggae
(di Horace Andy) per Girl I Love You, mentre Flat Of
The Blade (con Guy Garvey) si appalesa rumorista, urticante e
sperimentale come Rush Minute, che idealmente si
riallaccia alle claustrofobìe dei Radiohead targati Kid
A. Morbida, insinuante, citazionista (penso ai Portishead,
«trip-hopper» di classe tanto quanto i Massive
Attack),Paradise Circus giganteggia nell'interpretazione
di Hope Sandoval, mentre a Damon Albarn calza a pennello
Saturday Come Slow: avvolgente ballata, che sfiora il
«progressive» caro ai Genesis e ai King Crimson.
Viceversa, Splitting The Atom e Atlas Air mettono
rispettivamente a nudo suoni cantilenanti (con un accenno di soul
cibernetico) e una gran voglia di paranoia techno che fa rima coi
Chemical Brothers. E il trip-hop, in tutte queste danze da tempi
bui, non fa che aggiornarsi e decodificarsi. Lasciandoci intendere,
oggi come ieri, che i Massive Attack dettano legge.
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