Cronache di liberal

Potevano scegliere fra il disonore

e la guerra. Hanno scelto

il disonore, e avranno la guerra

Winston Churchill

Vampire Weekend, bulimici, non omologati

di Stefano Bianchi [30 gennaio 2010]

Adoro i gruppi che mi prendono sonoramente per i fondelli. Lo dico: viva le band non omologate. Quelle che saltano di palo in frasca, partono pop e poi sinfoneggiano, fanno le orecchiabili ma basta un decibel in più per farsi metal. E via così, ripensando a Talking Heads (prima punkfunk, poi afro & postmoderni), XTC (spremuta di post punk, filastrocche pop, reggae-rock), Split Enz (humour e melodramma; glam e tardo progressive), Tubes (hard rock, funk, elettronica). E se mi concentrassi un po'di più, me ne verrebbero in mente altre di formazioni che dopotutto sono figlie del tagliente, geniale metamorfismo di Frank Zappa. Ogni disco è una sorpresa (e spesso un capolavoro) se a suonarlo sono musicisti/fuorilegge così. Apparentemente senza un filo logico, in realtà ben decisi a cogliere il loro centro di gravità permanente. E voglio aggiungere, all'intrepida pattuglia, i newyorkesi Vampire Weekend. Il nome, che deriva da un cortometraggio amatoriale girato dal cantante Ezra Koenig (trama: il protagonista, accusato di aver spedito orde di vampiri a Cape Cod, nel Massachusetts, si dà precipitosamente alla fuga) mi fa pensare a chi vampirizza il talento altrui. Magari di domenica, quando in pochi se ne accorgono e c'è più gusto ad affondare i canini. Dopo essersi conosciuto alla Columbia University, il quartetto (oltre a Koenig, che è anche chitarrista, ci sono il tastierista Rostam Batmanglij, il bassista Chris Baio e il batterista Christopher Tomson) ha sbarcato il lunario via Stereogum, blog per buongustai del pop indipendente, sviscerando le influenze musicali: dall'africana alla cameristica, passando per il rock e la caraibica. E quando nel 2008 è uscito Vampire Weekend, il gruppo era già apparso a botta sicura sulla copertina della rivista Spin e si era esibito al Dave Letterman Show e a Later with Jools Holland, spettacoli tivù al top dell'anticonformismo. Bei biglietti da visita, per gli autori di un brano intitolato Cape Cod Kwassa Kwassa che sparigliando le carte avevano definito il loro genere Upper West Side Soweto. Dicono e non dicono, i vampiri. Ma quando si mettono a suonare, fermi tutti: qui c'è una musica sfuggente, concentrica, imprevedibile. Che s'è trasformata in Contra: riferimento ai gruppi armati controrivoluzionari nati in Nicaragua per combattere il governo sandinista, ma più semplicemente abbreviazione di contrary. Cioè, i Vampire Weekend suonano al contrario dell'abitudine, del già sentito, dell'etichetta. Succhiano a destra e a manca (questo è poco ma sicuro) per poi allineare Bollywood, afro, calypso e technopop nei pochi minuti a disposizione di Horchata. E scommetto che gongolano, se gli fai notare che White Sky e California English sono la copia carbone di Graceland di Paul Simon. È un miscuglio multietnico e multicolor, quello di Ezra & Co., che si toglie lo sfizio di spremere ska, morsi ritmici alla Talking Heads e una voce da Ray Davies periodo Kinks (Holiday); accelerare e rallentare fra ritmi marziali e minuetti (Run); iniziare robotico come i Devo ma poi darci dentro col punk (Cousins); frullare funk, rock da stadio e dance (Giving Up The Gun); sintonizzarsi sul reggae di Toots and the Maytals e tornare a Bollywood pizzicando chitarre africane (Diplomat's Son). Di tutto e di più. Bulimico, forse, ma assolutamente geniale. Come le due ballate in scaletta, Taxi Cab e I Think Ur A Contra: dolci, catartiche. Se la non omologazione suona così, che gusto farsi prendere per i fondelli.  

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