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Avanzare con filosofia

di Sergio Belardinelli [13 febbraio 2010]

L'avanzare fischiando della vecchia locomotiva a vapore tra le colline della linea Fabriano- Pergola rappresenta per me l'essenza stessa del treno. Per osservarla ci appostavamo sulle alture circostanti, scattavamo fotografie, presagendo che prima o poi non l'avremmo più vista. Il movimento dell'asse che collegava le sue grandi ruote d'acciaio faceva pensare che dentro ci fosse qualcuno a pedalare: immaginavamo così la pedalata distesa e potente di Coppi e Bartali temerariamente in fuga solitaria in pianura, e quella addirittura entusiasmante delle loro fughe in salita, resa più entusiasmante ancora da una sorta di tremore che, da un momento all'altro, potessero piantarsi sui pedali. Di quella locomotiva sento ancora lo sbuffare; vedo il fumo denso uscire e quasi aggrapparsi ai primi vagoni, prima di disperdersi verso l'alto, tra gli alberi, senza mai riuscire a raggiungere il cielo; conservo intatta la sensazione di un viaggio che sembrava ogni volta senza inizio e senza fine. Niente di strano, dunque, che ancora oggi, nonostante i suoi endemici, estenuanti, ingiustificabili ritardi, il treno conservi nella mia immaginazione un fascino speciale.

L'aereo vola, l'automobile va, il treno invece avanza. C'è una sorta di potenza rassicurante in questo avanzare. Un po'come in C'era una volta il West, uno dei capolavori di Sergio Leone, il treno è metafora di un progresso, costoso e magari struggente quanto si vuole, ma che non può essere fermato. L'arrivo della locomotiva tra gli operai che lavorano febbrilmente alla costruzione dei binari, l'ultima immagine di questo film straordinario, rappresenta un'ineguagliabile apologia del treno. La grande prateria e la stessa sensualità di Claudia Cardinale vengono come sottomesse dal suo avanzare; si capisce benissimo che d'ora in poi nulla sarà più come prima; gli indiani, i cow boys, i pistoleri, il selvaggio West, tutto è finito; eppure nulla sembra perdere la sua bellezza. Natura e tecnica che, grazie a quel treno, si compenetrano e si esaltano a vicenda. Ma il treno è anche un luogo della memoria. Mio suocero che raccontava della sua giovinezza di venditore ambulante, del suo cavallo, della sua valigia di cartone piena di mercanzie, dei suoi mercati, dei suoi stratagemmi per battere la concorrenza, alla fine finiva sempre per raccontare del treno: del mitico treno dai sedili di legno, dei caselli e dei ponti della vecchia linea Pergola- Urbino distrutti dalla guerra, e del treno, ben più comodo, col quale, più tardi, come se fosse una gita, era solito andare ogni anno, con la moglie, alla fiera di Milano. «Chi hai incontrato in treno?»: questa la domanda più ricorrente che mi sentivo rivolgere al ritorno dai miei viaggi quasi quotidiani; non «dove sei stato?» o «che cosa sei andato a fare in questo o in quell'altro posto?», bensì «chi hai incontrato?»: una sorta di naturale curiosità per gli uomini, un interesse vero per la loro vita, un privilegio, ritenuto indispensabile al bagaglio di un viaggiatore in treno. Il treno in effetti è anche politica. Almeno quel tanto, molto in verità, che la politica è discorso, pluralità, imprevedibilità. In treno non si può essere soli. Quando accade è di una tristezza indicibile. Il treno è fatto per viaggiare in compagnia. Nei suoi scompartimenti le persone parlano di tutto, con una vocazione speciale a esibire se stesse, il proprio punto di vista, la propria concezione del mondo. C'è chi lo fa con discrezione, chi alzando platealmente la voce; chi parlando male di questo o di quello, chi spargendo invece incredibili semi di gentilezza e di bontà. In ogni caso è sempre con qualcun altro che bisogna fare i conti, fosse anche qualcuno che grida per tutto il viaggio dentro il suo telefonino (se ne incontrano sempre di più), o qualcuno che non ha nessuna voglia di parlare, o qualcuno che, beato, russa incurante di ciò che gli accade intorno. Persino certi conoscenti che incrociamo regolarmente per strada senza rivolger loro la parola, quando li incontriamo in treno ci sembrano diversi; scatta qualcosa che ci muove a salutarli, verrebbe da dire, a conoscerli per davvero. Con la sua inconfondibile colonna sonora, lo scompartimento del treno è un luogo di familiarità e di sorprese d'ogni genere. Ad esempio, quel tale che sembrava tanto elegante e gentile non ha esitato un attimo a occupare il posto vicino al finestrino, lasciando in piedi la signora con la quale era salito. Il gesto può diventare pretesto per accese discussioni tra i viaggiatori, come pure per imbarazzati silenzi; qualcuno si alza per cedere il suo posto; qualcun altro osserva indifferente o indispettito. Un intreccio di gentilezza, gratuità, egoismo, furbizia, maleducazione; un campionario di varia umanità; comunque politica. Intanto il treno avanza e avanza con filosofia. Conciliazione perfetta di essere e divenire, il treno si muove dando l'impressione di star fermo e si ferma dando l'impressione di continuare a muoversi. Eraclito e Parmenide vengono come conciliati nell'improbabile idea di un'immobilità che avanza. Si sale a Pergola e si scende a Roma. Nel frattempo abbiamo dormicchiato, letto qualcosa, guardato il paesaggio, chiacchierato con qualcuno. Ma non ci siamo mossi. Lo spirito e l'immaginazione seguono leggi che non sono quelle della fisica. La quale ci dice che il treno che incrociamo si allontana da noi a una velocità pari alla somma della sua e della nostra, e invece è solo un lampo che conferma la nostra paradossale immobilità; ci dice che il treno sul quale stiamo viaggiando è sporco e in ritardo e invece è pulito e in perfetto orario come un treno svizzero; ci dice infine che l'amministrazione delle ferrovie fa acqua da tutte le parti e invece domani riceveremo notizia che il presidente ha deciso di regalarci un milione di euro per questo articolo. Il quale, sia detto per inciso, certamente li vale, anche se l'abbiamo scritto quasi dormicchiando (in treno, naturalmente).

Credo che esistano pochi luoghi, specialmente d'inverno, capaci di conciliare il sonno e il dormiveglia come lo scompartimento di un treno. E allora anche la littorina della linea più sperduta del paese si trasforma in una sorta di mitico Orient-Express, affollato di belle donne, grandi progetti, mondi sconosciuti, personaggi del libro che hai appena appoggiato sulle ginocchia. A richiamarti il mondo reale, non si capisce bene come, visto che sei in catalessi, rimane soltanto, indelebile, l'assillo della tua stazione d'arrivo. Guai a mancarla. Non scendere, per qualsiasi motivo, alla stazione giusta è forse l'incubo peggiore per chi viaggia in treno; una mancata destinazione che rende infausto un destino; un fallimento senza compensi; un'incazzatura metafisica. È forse per questo che, quale inestinguibile barlume di veglia, la stazione d'arrivo rimane sempre sullo sfondo dei nostri viaggi, anche di quelli più incantati. Un poeta ha scritto che lo scopo di ogni viaggio è quello di ritornare a casa. Evidentemente il treno lo sa.   

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