Il rumore di un’innocente
di Giuseppe Baiocchi
[09 febbraio 2010]
Della vicenda di Eluana Englaro si è molto discusso,
polemizzato, approfondito, talvolta imprecato, perfino mentito: si
è anche pianto. A quasi un anno dalla sua morte deliberata
non si è spenta con lei l'attenzione per un fenomeno
diventato pubblico e che ha avuto comunque l'indubbio effetto di
portare anche alla più vasta opinione l'inclinazione a
riflettere sulle domande ultime, della vita e della morte. E se in
milioni di case si è cercato di immedesimarsi in una vicenda
personale e tuttavia emblematica (dalla gioventù spezzata ai
dolori di una famiglia alla lunga serie di passaggi giudiziari alla
ripetuta esposizione mediatica), rimane comunque viva la sottile
inquietudine per un finale convulso e scadenzato, in ogni caso
lacerante per le coscienze, e che ha lasciato in tutti (comunque la
si pensi in merito alla scelta) il retrogusto amaro di
un'opportunità perduta, di un «qualcosa» di
indefinibile che continua a mancare.
Di lei, Eluana, della sua vita divisa temporalmente a
metà tra il «prima» del trauma e gli anni del
«dopo», si è saputo tutto, forse troppo. Dal
ricovero d'urgenza dopo l'incidente stradale all'ospedale di Lecco
e le lunghe cure nel reparto di rianimazione alla degenza di
riabilitazione a Sondrio fino all'ospitalità nella clinica
delle suore Misericordine sempre a Lecco. E, dopo diciassette anni,
il trasferimento notturno alla struttura di Udine, dove è
stata rapidamente consumata la fine. In quegli ultimi giorni
controversi si spaccò il Paese, fino al conflitto
istituzionale tra il governo e il Quirinale: nel clima generale
sopra le righe, sembrò di assistere nelle punte più
estreme, a manifestazioni tipiche da un tifo da stadio. Con una
parte impegnata a tutti i costi nella campagna per «salvare
una vita » mentre dall'altra curva scendeva monotono il
grido «Devi morire, devi morire...». Con
«l'oggetto del contendere» in mezzo, vittima comunque
inerme e muta e nella sua disabilità ancora più
tragicamente incolpevole. Il suo caso era diventato un'eccezione
senza in realtà mai esserlo. E forse, nel trascorrere del
tempo che decongestiona le passioni, questa anomalia merita di
essere ricostruita, visto che all'epoca sfuggì completamente
al dibattito pubblico e financo alla disputa giuridica, etica e
intellettuale. Appunto. Eluana non è stata e non è
un'eccezione: nello stesso ospedale non è infrequente il
caso di traumatizzati con lesioni cerebrali che, dopo tutti gli
interventi e le terapie rianimatorie, si stabilizzano in una
condizione di disabilità con deficit neurologici.
Servirà poi la non breve degenza di riabilitazione,
che può portare notevoli progressi, ma che difficilmente
conduce al pieno reintegro della funzionalità. E talvolta la
diagnosi alla fine della rianimazione è quella più
difficile da trasmettere per il medico che ne è
responsabile: è meno duro infatti dover informare
sull'«esito infausto» e su una morte imminente rispetto
alla comunicazione di uno «stato neurovegetativo
persistente» con la ragionevole previsione di
«scarsissime probabilità di ripresa della coscienza
». L'impatto per i familiari è sempre pesantissimo: e
tuttavia, mentre si chiede subito di essere indirizzati e aiutati a
prepararsi ai passaggi successivi, non si mette mai in dubbio dai
parenti l'entità della persona, la piena realtà umana
del paziente, anche se il futuro che aspetta i suoi cari è
un tempo carico di fatiche, di dedizione e di assistenza. E questo
vale per i quasi tremila sfortunati (almeno secondo i dati
approssimativi, perché manca ancora un completo censimento)
che in Italia si trovano ap- punto in «stato neurovegetativo
persistente». Invece, nella memoria collettiva di tanti anni
e di tanti casi vissuti e sperimentati, emerge un'unica vicenda
nella quale, praticamente fin dall'inizio, si manifesta il rigetto
della persona curata nella rianimazione e con disabilità di
natura cerebrale: il caso Englaro. L'eccezione, l'unica eccezione
è qui, nell'atteggiamento nell'atteggiamento della famiglia
che si rifiuta di accettare la realtà. Infatti, dopo i primi
giorni di terapia, è stato già ampiamente documentato
come Beppino Englaro chiedesse agli stessi medici di por fine alla
vita della figlia perché non sarebbe tornata integra. La
conferma più recente viene dall'ultima dichiarazione firmata
dal primario Riccardo Massei e trasmessa a tutti i deputati dal
sottosegretario alla Famiglia Giovanardi all'apertura della
discussione sul «testamento biologico» nel settembre
2009: «Beppino Englaro ha chiesto di lasciare andare la
figlia dopo meno di 48 ore dall'incidente perché non ero in
grado di garantirgli che la figlia sarebbe tornata a essere
esattamente come prima...». Nelle interviste televisive, nei
libri scritti successivamente e perfino nella lettera pubblica
indirizzata nel 2004 al Presidente Ciampi, si riconosce la
dedizione dei medici, «in assoluta ottemperanza al giuramento
di Ippocrate» e tuttavia si precisa che all'ospedale di Lecco
«è scattato un inarrestabile meccanismo di tutela del
bene "vita" di Eluana, meccanismo che noi genitori abbiamo
considerato inumano e infernale». Sono passati molti anni:
eppure nei ricordi di chi ha vissuto da vicino quel periodo
è rimasta impressa l'eco di diverbi espliciti, di
discussioni ripetute e certamente non «tranquille ». E,
sotto il comprensibile impulso del dolore e della disillusione, il
disconoscimento della figlia in quelle condizioni e la pretesa che
da subito non vivesse più. Nessuno, come è ovvio,
poteva soddisfarla: di qui la lunga battaglia legale con sette
sentenze negative. Solo l'ottavo pronunciamento apriva la via alla
morte procurata di Eluana.
Ma la Corte d'Appello di Milano, poi confermata dalla
Cassazione, emetteva un decreto su istanza del ricorrente,
circoscritto al caso specifico, nel quale decreto non si imponeva
un obbligo, ma si autorizzava una facoltà. Anche qui, in
sostanza, un'eccezione e neppure un precedente che abbia valore
collettivo, come in realtà eccezione era stata fin
dall'inizio. Prova ne sia che, nonostante il grande e continuato
impatto mediatico, nulla ha influito e nulla è cambiato nei
luoghi di frontiera, le rianimazioni, dove si continua a operare
serenamente solo per la vita. Sia consentita, in
conclusione, una qualche riflessione su questa storia e sul suo
protagonista, ormai diventato personaggio pubblico e campione,
almeno così viene descritto, della «libertà di
autodeterminazione nello Stato di diritto». Per chi, per
lavoro, ha vissuto da vicino i primi mesi della vicenda, non
svanisce l'impressione di un uomo provato, che si è
rifiutato di accettare la realtà e ha sempre avuto
l'atteggiamento di voler caricare sulle spalle di altri (prima i
medici, poi i giudici) un problema essenzialmente suo. Fino al
punto da definire così l'assistenza amorevole con cui Eluana
è stata accudita per lunghi anni: «...l'orrore di
vederla priva di coscienza, tenuta in vita a tutti i costi, invasa
in tutto e per tutto da mani altrui anche nelle sfere più
intime, un orrore in alcun modo sopportabile e ammissibile...
». Per chi invece ha seguito la vicenda da lontano, dentro il
circuito mediatico e il dibattito pubblico, resta viva questa
sensazione: anziché un campione della modernità e dei
diritti individuali, appare tutt'ora un uomo che proviene da un
lontanissimo passato, che si pensava ormai sepolto. Quello
cioè del pater familias latino che aveva il diritto di vita
e di morte sui coniugi e la prole. E che si è rivolto alla
maestà della legge per confermare questo suo diritto di
proprietà. Infine sia permesso di manifestare soltanto
l'amarezza per quello che è apparso comunque un
«deficit di amore». Fino all'ultima, tragica
incoerenza. Infatti Beppino Englaro aveva stabilito, con una tenera
delicatezza che gli faceva onore, che Eluana finisse i suoi giorni
proprio là dove era nata: la clinica «Beato
Talamoni» di Lecco, tra le cure delle suore Misericordine.
Così non è stato.
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