Gioventù bruciata
di Maria Pia Ammirati
[27 febbraio 2010]
L'esordio di Silvia Avallone per Rizzoli, con il romanzo
Acciaio, sembra destinato oltre che a far parlare a lungo,
a divenire un caso letterario. Il caso si presenta per la giovane
età della scrittrice nata nel 1984, oltre che per il tema
inconsueto per un giovane autore italiano, dedicato com'è
alla vita di fabbrica anche di giovanissimi operai. Già qui
la storia attrae per un'antropologia da noi non esattamente
conosciuta e che ci aveva lasciati lontani, ai tempi di una classe
operaia fatalmente estinta, mentre oggi la fabbrica, con i temi
però ancora caldi dell'alienazione e della povertà,
ha incapsulato una modernità inquietante. Nelle Acciaierie
Lucchini di Piombino, per esempio, è entrata la droga, in
particolare la cocaina. E non è questo un particolare
secondario di un romanzo corposo e corale, dove situazioni sociali
al limite rappresentano spesso la normalità. Una
normalità che più che a valori simbolici ci riporta
continuamente alla vita reale, al quotidiano vissuto dai lavoratori
della fabbrica. È questo un punto di forza del romanzo, lo
scenario di rappresentazione dei luoghi dove la storia si narra, i
grandi casermoni di via Stalingrado, la periferia condominiale che
da terga vede le Acciaierie col fumo e il fuoco dei metalli, e
davanti guarda il mare e le isole. Un paesaggio duplice e scisso
che accompagna i protagonisti del romanzo dall'inizio alla fine, e
che definisce anche i perimetri di ciò che si fa e
ciò che si può fare. La storia è una storia di
gioventù, di moderna gioventù italiana, stretta fra
l'esigenza di crescere bene e i desideri troppo grandi amplificati
dal ritmo di consumi sempre nuovi. Due le protagoniste, due
quattordicenni belle e smaliziate, attorno alle quali ruotano
famiglie e amici. Se la storia di questi ragazzi, che potrebbe
essere simile a quella di tanti altri coetanei sparsi nel globo,
è una storia dura di soprusi, violenze familiari taciute e
represse, di un'educazione sessuale profanata dalla
morbosità o dalla fretta, da una parte si pone alla nostra
lettura per un piglio sicuro e forte, dall'altra ammicca a temi
d'appendice, storielle amorose intrecciate, pruderie di vecchi
arnesi. Un romanzo dove sembrano comporsi e confrontarsi due
romanzi a loro volta: quello di natura neorealistica, dove
assistiamo alla rapida decomposizione della realtà; quello
di formazione, dove gli intrecci si moltiplicano senza sosta. Tanto
ci incuriosisce la prima versione quanto ci deprime la seconda.
Tanto è interessante scoprire questo demoniaco rapporto tra
uomo e fabbrica, tanto resta stucchevole seguire una ragazzina
dallo spogliarello ingenuo, alle botte col padre, alla
prostituzione. Anna e Francesca, le due protagoniste, sono come le
chiavi per entrare nel mondo di Piombino operaria, bambine in
procinto di trasformarsi in donne bellissime, schiacciate dalla
loro appartenenza sociale, vittime senza riscatto. Una dura
realtà che sembra limitare il campo d'azione dei personaggi
vincolati non solo al loro destino, ma alla recita della loro parte
in commedia. Stridente ancor di più la tipicizzazione, lo
stereotipo, calato dentro il tessuto vivo e palpitante di un
romanzo maturo ma ridondante.
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