Il federalismo è già fallito
di Francesco Pacifico
[22 gennaio 2010]
Il costo del federalismo all'italiana è pari a 775
miliardi di euro. Perché il 49,3 per cento del prodotto
interno lordo, quindi la sua metà, viene assorbito dalla
spesa pubblica. Questo il dato diffuso infatti ieri dall'Istat e
che si riferisce al 2008. Un anno prima che la crisi maggiore
dell'età moderna mostrasse il suo volto peggiore in termini
di domanda e di occupazione. Se non bastasse, non è meno
inquietante che dal 2000 al 2008 si sia passati da un livello pari
al 46,2 per cento all'attuale 49,3. Cioè si sia bruciato
quanto recuperato sul versante della finanza pubblica negli anni
della corsa all'euro (dal 1994 al 1999) in un arco di tempo segnato
dall'introduzione del Titolo V della Costituzione. La modifica con
la quale si sono trasferiti pieni poteri alle Regioni in materie
fondamentali come sanità, infrastrutture, formazione o
ambiente. Sembra quindi sempre meno lontano lo spettro della spesa
facile di un quindicennio fa, quando la pressione sul Pil passa tra
il 1993 al 1994 dal 53,8 per cento al 56,6. Eppure allora c'era da
fare i conti con l'uscita della lira dallo Sme, un'inflazione
doppia rispetto ad allora e il sistema politico e quello economico
travolto da Tangentopoli. L'anno 2008 invece segue tre Finanziare
(una di Tremonti, due di Padoa-Schioppa) con le quale si recuperava
in totale circa sette punti di Pil.
Per la cronaca l'anno prossimo il dato non potrà
che essere peggiore. Con la crisi il Pil è crollato di 5
punti, mentre la spesa ha visto segnare rialzi per alcune voci
strategiche come la sanità. E infatti assumono un valore
diverso quei tre miliardi in più - il ministro ne voleva
concedere "soltanto" due - che Tremonti è stato costretto a
concedere al servizio sanitario nazionale. «Questi numeri
», sottilinea Gilberto Muraro, ordinario di scienze delle
Finanze all'università di Padova, «che va ricordato
sono precedenti alla crisi, finiscono per rendere illusorio ogni
proposito di un forte sgravio fiscale. Oltre a riproporre in
maniera drammatica il problema del governo della macchina
pubblica». Eppure il record atteso per il biennio 2009-2010
rischia di avere un valore soltanto nominale, per certi aspetti
minimale rispetto a una realtà sempre più ingestibile
per l'Italia: il Paese con la maggiore spesa pensionistica e il
minor indice di ricambio, che spende poco per il welfare to work,
pochissimo per la ricerca. «Questo eccesso di spesa»,
sintetizza l'economista Gilberto Muraro, «non è
giustificato da adeguati investimenti in capitale umano o
infrastrutture ». Di conseguenza il vero investimento per il
futuro passa «per interventi drastici sulla parte corrente e
in particolare sulla spesa per consumi finali e sugli stipendi. Si
tratta di passare all'azione, mettendo in pratica quelle politiche
che non mutano mai da proclami a misure concrete». Proprio
analizzando nel dettaglio la spesa per consumi finali - salita dal
18,5 per cento del 2000 al 20,2 per cento del 2008 - si scopre che
l'aumento è dovuto dalla crescita dei redditi da lavoro, dei
consumi intermedi e della spesa per prestazioni sociali in natura,
come la sanità. E dietro questi tre fattori si intravedono
la crescita dei dipendenti pubblici (a livello statale come a
quello locale) scattata anche per la man mancata razionalizzazione
delle strutture dopo il passaggio delle competenze da centro a
periferia; le spese per tenere in piedi la macchina burocratica;
l'assenza di politiche incisive per rimodulare l'erogazione delle
prestazioni sociali. Al riguardo, sono in crescita anche le
prestazioni sociali in denaro in rapporto al Pil (dal 16,4 per
cento nel 2000 al 17,7 del 2008). Eppure questi aumenti - sempre
più pesanti per le casse pubbliche - non sono sufficienti a
darci un welfare moderno. Se tra il 2000 e il 2007 la spesa per
sanità è stata in linea con quella degli altri Paesi
della Zona Euro (13,7 contro 13,5 per cento), si registra un forte
deficit per quanto riguarda la protezione sociale. E di quasi tre
punti: 37,4 contro il 40,6 per cento medio. Lontana anni luce dalla
Germania (47 per cento), che è l'unica nazione ad avere un
livello di invecchiamento della popolazione superiore al nostro. E
le cose non vanno meglio sul versante dell'istruzione: 10 contro il
già risicato 10,6 di Eurolandia. Stesso trend anche per
protezione dell'ambiente, abitazione e territorio. E pensare - cosa
impensabile fino a qualche decennio fa - che lo Stato centrale si
è mostrato molto più virtuoso degli enti locali tra
gli anni 2000 e 2008, tanto da portare l'incidenza delle funzioni
tradizionali al 26,1 per cento dell'intera spesa. Per esempio per i
servizi generali (difesa, ordine pubblico e sicurezza) si è
passati dal 21,1 per cento del 2000 al 15 di due anni fa. Mentre
sono stati stabili i conti per la protezione sociale (dal 37,9 al
38 per cento) e per le attività culturali (1,8 per
cento).
In media è basso anche l'andamento di spesa per
la funzione "Affari economici". Che - a riprova della scarsa
strutturalità delle nostre politiche - risulta crescente
soltanto se legato a operazioni di tipo straordinario. Infatti la
spesa è salita tra il 2001 e il 2005 soprattutto per i
trasferimenti in conto capitale al gruppo Ferrovie dello Stato
(FS), quelli che hanno reso sostenibile il passivo della compagnia.
Nel 2006, invece, la voce più rilevante è stata
quella necessaria a ripianare i crediti dello Stato nei confronti
della società TAV e la retrocessione alla società di
cartolarizzazione dei crediti di contributi sociali dovuti dai
lavoratori agricoli, con il famoso condono voluto dall'allora
ministro Paolo De Castro. E se nel 2007 lo Stato ha dovuto
rimborsare i tagli all'editoria e gli sgravi Iva sulle auto
aziendali, nel 2008 si è registrato un'inversione di
tendenza con la diminuzione dei trasferimenti in conto capitale
alle imprese, seguita soprattutto alla fine della 488. Serve quindi
rimodulare la spesa, ma è difficile farlo senza una
massiccia dose di coraggio. Anche perché ogni intervento
deve prima sciogliere tre dogmi insuperabili per la politica
italiana: previdenza, statali e sanità. Prioritario è
soprattutto aumentare l'età pensionistica visto che l'Italia
indirizza il 15 per cento delle risorse totali per il Welfare a
questa voce. Eppoi c'è da ridurre il personale in carico
allo Stato, visto che l'80 per cento della spesa per la pubblica
amministrazione va in questa direzione. Ed è difficile
tagliarla con i dipendenti pubblici che sono di fatto inamovibili.
In ultimo c'è da fare i conti con la sanità, che con
l'invecchiamento della popolazione è destinata a vedere
crescere il suo fabbisogno. Il fondo per il servizio sanitario
lievitato per il prossimo triennio a 106,5 miliardi di euro di
fatto è stato soltanto un saggio di quello che
accadrà in futuro. Un numero che prima o poi potrebbe
spingere il legislatore a rivedere i livelli essenziali di
assistenza oppure ad affidarsi a coperture assicurative private per
garantire le prestazioni a chi davvero ha bisogno. Gilberto Muraro
ha presieduto tra il 2007 e il 2008 la Commissione tecnica per la
finanza pubblica. E proprio guardando alla difficile contenimento
della spesa il consesso ha presentato indicazioni che oggi sembrano
sempre più attuali. «Sotto questo profilo»,
ricorda, «si indicava come necessario un approccio
strutturale volto ad allegerire la macchina dello Stato, a
semplificare le procedura, a modificare la ripartizione
territoriale degli uffici periferici». Una ricetta lontana
dalle cure choc che hanno provato a seguire per esempio Giulio
Tremonti con i suoi tagli orizzontali o i blocchi del turn over al
pubblico impiego in vigore di fatto da un quindicennio.
«L'obiettivo», aggiunge l'economista padovano,
«è quello di consentire il funzionamento con una
minore spesa corrente evitando l'illusione di interventi drastici
ma effimeri». E spiega: «Il blocco delle assunzioni
potrà anche ridurre i costi, ma finisce per avere effetti
perversi se non c'è una rimodulazione delle funzioni.
Perché se non c'è personale a sufficienza le strade
sono due: prima il ricorso al precariato e poi all'outsourcing
».
Torna su ^