Italia. Singolare maschile
di Francesco Pacifico
[13 gennaio 2010]
La prima stoccata di Enrico Giovannini riguarda il metodo:
«Grazie alla tecnologia produrre dati non è mai stato
così facile. Ma numeri non statistiche di qualità. E
spesso si confondono gli uni con gli altri ». Con il secondo
fendente, questa volta ancora più diretto, il presidente
dell'Istat si occupa del merito: «Lancio un appello ai
politici, agli amministratori, agli imprenditori ma anche i mezzi
di informazione: non trascurino i dati statistici di
qualità, che forniscono gli strumenti di studio e di analisi
indispensabili per prendere le decisioni più giuste ed
efficaci che riguardano il Paese». Nell'Italia dove la
politica decide più leggendo i sondaggi che le grandezze
economiche, dove il premier del Consiglio li ha elevati a categoria
per decifrare i voleri popolari, le parole del presidente
dell'Istat finiscono per essere una condanna senz'appello alla
classe dirigente del Paese. Oltre a un ammonimento a non leggere
uno zero virgola in più o in base in base alle proprie
esigenze.
Non a caso Giovannini collega questo modo di operare
all'incapacità di «investire sul futuro. L'Italia
è stata spesso definita il calabrone che vola. Perché
come questo insetto vola a dispetto di ogni teoria ingegneristica,
così il Paese, pur avendo tanti problemi, in cinquant'anni
ha raggiunto un rapporto tra ricchezza e reddito tra i più
elevati nel mondo». Eppure «un Paese che investe poco,
poco in cultura e poco in capitale umano, alla lunga può
avere problemi di sostenibilità ». E forse non
potrebbe essere diversamente in un Paese dove la metà dei
suoi abitanti può vantare al massimo il diploma di scuola
media. In un'Italia dove «almeno il 18 per cento del Pil si
conferma legato al sommerso». Ieri l'Istat ha presentato il
volume "Noi e l'Italia" (completamente consultabile su internet
all'indirizzo http://noiitalia. istat.it). Nel quale sono contenuti
i maggiori indicatori per comprendere il Paese. «Un viaggio
in Italia», l'ha definito Giovannini attraverso finanza
pubblica, popolazione, immigrazione, mercato del lavoro, giustizia
e qualità della vita. «L'obiettivo non è
quello», aggiunge il presidente, «di soffermarsi sulla
singola voce», ma di dare uno sguardo d'insieme su
virtù e difetti del Paese. Come dimostra il caso del
Calabrone Italia, «se vola, vuol dire che ha delle risorse
che a prima vista non risultano». In Noi.Italia si succedono
luci e ombre, pregi e difetti di un Paese che fa fatica a seguire
uno sviluppo omogeneo. Anche perché manca una strategia
comune. Soprattutto la fotografia fa riferimento al 2008, anno nel
quale si iniziano già a intravedere i problemi strutturali
che patiremo nei prossimi anni. Il fronte più caldo è
quello sociale. E non potrebbe essere diversamente in un Paese di
vecchi, dove ci sono 100 giovani ogni 143 anziani. E dove ogni
giovane deve lavorare una volta e mezzo per pagare l'assistenza a
chi è già a riposo. Di conseguenza non deve
sorprendere che nel 2008 l'Istat abbia calcolato che le persone
potenzialmente in uscita dal mercato dal lavoro sono il 20 per
cento in più di quelle potenzialmente in entrata. Con il
rischio che, sfruttando la crisi, le aziende possano nell'immediato
futuro ridurre la già pingue base occupazionale. Tra quelli
che Giovannini definisce «tendenze che avranno impatti nel
medio e lungo termine » poi va segnalata l'alta
disoccupazione femminile. Una tendenza tutta italiana. Livelli di
occupazione nazionale al di sotto delle medie europee, soprattutto
per quanto riguarda le donne. Quelle occupate sono il 47,2 per
cento della popolazione di riferimento, mentre gli uomini il 70,3.
Più in generale, e nel 2008, era occupato il 58,7 per cento
della popolazione nella fascia di età tra i 15 e i 64 anni.
Unica nota positiva che «il tasso di disoccupazione italiano
rimane inferiore a quello medio dei Paesi della Ue a 27. Ma non al
Mezzogiorno, dove un lavoratore su 5 è in nero.
In questo scenario non sorprende neanche che - come ha
reso noto ieri la Banca d'Italia - si sia registrata negli ultimi
anni una vera e propria fuga dal Mezzogiorno. Dove a partire questa
volta non sono le braccia ma i cervelli.Tra il 1990 e il 2005 hanno
lasciato l'area più povera del Paese ben 80mila laureati.
Maggiore attivismo invece sul versante dell'immigrazione. A fronte
di una popolazione residente di quasi 4 milioni, nel 2008 le forze
lavoro straniere rappresentavano il 7,6 per cento del totale, con
un tasso di attività superiore di oltre dieci punti
percentuali a quello della popolazione italiana. Più in
generale, a dover assorbire questo gap di occupazione è,
secondo l'Istat, un sistema produttivo caratterizzato da una forte
presenza di microimprese, con in media circa 4 addetti. Talmente
frastagliato che ci sono quasi 66 imprese ogni mille abitanti.
Nella piattezza generale persino un settore come il turismo che
avrebbe bisogno di meno risorse per l'avviamento grazie alle nostre
bellezze architettoniche e naturali, registra una sostanziale
stasi. Diminuiscono gli alberghi (-0,8 per cento) come le altre
strutture per i vacanziere (-3,9). Il tutto a dispetto di presenze
in lieve aumento (+2,7 per cento). Domani, e proprio nella sede
dell' Istat, l'Aspen institute ha organizzato un workshop per
comprendere come calcolare i processi di crescita dopo la crisi.
Enrico Giovannini è da sempre convinto che si debba guardare
«a 4 categorie: al capitale fisico, a quello umano, quello
sociale e quello naturale. Nel 2006, ultimo dato disponibile, in
Italia ha rilevato nel suo Pil attività di sommerso pari al
18 per cento totale». Ma da sé questa statistica vuole
dire poco, «visto all'interno di questa voce troviamo anche
attività del pubblico impiego, dove il sommerso non
può essere generato». Più utile «vedere
quanto gli stock di capitale accumulati siano sostenibili nel
tempo». Non guardare quindi soltanto ai beni e ai servizi
consumati e trasformati per ottenere nuovi beni e servizi, ma anche
agli investimenti per essere più competitivi.
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