Ora è davvero finito il sogno berlusconiano
di Carlo Lottieri
[14 gennaio 2010]
Ha davvero qualcosa di patetico la retromarcia sul tema delle
tasse compiuta da Silvio Berlusconi, solo a distanza di pochi
giorni dall'intervista rilasciata a la Repubblica, in cui
il premier aveva ricordato il suo antico sogno della riforma a due
aliquote Irpef: al 23 e al 33 per cento. Ed è una tristezza
che induce a pensare quanto continui a pesare, sulla nostra
società, l'insieme degli interessi e delle clientele che
generano la spesa pubblica e sono schierati a difesa dello status
quo. Perché se il governo volesse ridurre le uscite e
accantonare i progetti faraonici, non c'è dubbio che un
ridimensionamento delle imposte sarebbe possibile. Ma ieri il
premier ci ha detto chiaramente che tra la rivoluzione liberale e
la difesa di questa Italia in declino e dei suoi vizi, egli sceglie
la seconda strada. Solo pochi giorni fa in un nostro
intervento su questo giornale si era sostenuto come le
preoccupazioni di Giulio Tremonti in merito alla tenuta dei conti
pubblici (oggi rievocate da Berlusconi quale impedimento al taglio
delle imposte) fossero serie e da tenere in giusta considerazione,
ma non rappresentassero affatto un ostacolo insuperabile. Si
possono aiutare sia il bilancio pubblico che l'economia produttiva
italiana se insieme al taglio del prelievo fiscale si procede ad
alcuni altri passi. Si era detto, in particolare, quanto sia
urgente liberare lo Stato dal fardello degli enti pubblici, usando
le risorse ottenute dalla cessione di Eni, Enel, Poste Italiane e
tutto il resto per ridimensionare il debito pubblico e di
conseguenza gli interessi da pagare. Evidentemente, i privilegi e
le logiche privatissime di quanti amministrano il parastato hanno
fatto premio sulla necessità di aiutare l'economia nel suo
insieme.
Ma un tema che avevamo toccato era pure quello del
federalismo fiscale, perché se quello delineato dal governo
fosse davvero tale - prospettando un sistema di imposte manovrabili
e bilanci veramente locali, che entrano in concorrenza tra loro -
sarebbe più che legittimo attendersi una razionalizzazione
dei servizi, una riduzione delle uscite, un ridimensionamento degli
oneri. Se però non sarà così e avremo solo un
pericolosissimo "federalismo di spesa", con tasse decise da Roma e
solo più soldi lasciati in periferia, dovremo certo
attendersi un aumento dei gravami sul bilancio generale: e quindi
un motivo in più per non tagliare le imposte. Si era anche
sottolineata l'esigenza di cancellare quell'insieme di aiuti alle
imprese che, per loro natura, seguono logiche discrezionali anche
quando sono venduti come interventi di carattere "ecologico". Ed
egualmente si può dire che una riduzione importante delle
uscite verrebbe dalla rinuncia - da parte dei nostri ministri - a
giocare a "Monopoli" con i soldi altrui, rinunciando a mettere le
mani nelle tasche dei contribuenti. Insomma, se si mettessero in
soffitta - come sarebbe giusto fare - il ponte sullo Stretto, la
Tav, la Banca del Sud, il nucleare di Stato e ogni altra grande
opera variamente keynesiana sarebbe possibile trovare risorse da
lasciare a chi davvero produce ricchezza.
Con ogni probabilità , nel momento in cui ha
rispolverato (dopo ben 16 anni!) il vecchio progetto di abbassare
le imposte e realizzare il progetto che fu tremontiano delle due
aliquote, Berlusconi ha avuto l'ultima chance storica di fare
davvero qualcosa di liberale. La goffa smentita di sé delle
scorse ore segna la definitiva fine non già del suo sogno,
ma di quello cullato da quanti - tanti o pochi che fossero - hanno
pensato che egli potesse aiutare il Paese a muoversi verso una
riduzione della sfera del potere pubblico. Si volta pagina.
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