Abbassare le tasse, liberare lo Stato
di Carlo Lottieri
[12 gennaio 2010]
Il dibattito sulla proposta di riformare il fisco rappresenta
una buona occasione per l'Italia. Ma è indispensabile che vi
sia concretezza e determinazione, e che non si rinviino quelle
soluzioni che, invece, sono davvero urgenti se si vuole favorire la
ripresa. Sullo sfondo della discussione c'è il contrasto tra
due esigenze egualmente legittime: la prima, interpretata da Silvio
Berlusconi, punta essenzialmente a ridurre il gravame fiscale,
anche per dare risposte all'elettorato, da tempo in attesa che si
realizzi la promessa di «Meno tasse per tutti»; la
seconda, difesa soprattutto dal ministro del Tesoro, punta
l'accento sulla necessità di salvare i conti pubblici. Ma
non si tratta di posizioni inconciliabili. Se non si tenessero in
considerazione le buone ragioni di Tremonti, infatti, il Paese
vedrebbe esplodere il debito e aumentare gli interessi dei titoli
di Stato. Per giunta, questo porterebbe - come in Grecia - a
giudizi negativi da parte delle agenzie di rating, con la
conseguenza che per piazzare i Bot in scadenza bisognerebbe offrire
interessi maggiori, entrando in una spirale perversa. Molti
sottolineano che una riduzione delle aliquote non comporta minori
entrate, perché tasse inferiori possono stimolare l'economia
e quindi condurre ad una crescita della base imponibile. Il
ragionamento è corretto, ma bisogna comunque agire pure su
altri fronti, soprattutto se si intende incidere sulla
fiscalità fin dal 2010. Una prima e indispensabile scelta
che può agevolare il varo di un'Irpef a due aliquote (al 23
e al 33 per cento) è l'avvio di un'ampia privatizzazione del
settore pubblico. Se quanto resta in mano pubblica di Eni, Enel,
Finmeccanica, Cassa depositi e prestiti, Ferrovie dello Stato,
Poste Italiane ecc. fosse privatizzato, si potrebbero usare tali
entrate straordinarie proprio per ridurre il debito e, di
conseguenza, eliminare una parte delle imposte che oggi servono a
pagare gli interessi. In secondo luogo, la riduzione della
pressione fiscale sulle imprese - a partire dall'Irap - va
accompagnata da una progressiva eliminazione di sussidi e
finanziamenti. Invece che tassare tutti e aiutare alcuni (spesso
scelti in modo discrezionale), bisogna procedere a una riduzione
delle imposte sul settore produttivo che conduca alla fine di ogni
aiuto di Stato. Se anche sul piano contabile per l'Erario non
dovesse mutare nulla (pareggiando la riduzione delle entrate
tributarie con la cancellazione delle sovvenzioni), si otterrebbe
comunque il risultato di far sì che i soldi restino a chi ha
prodotto ricchezza, e che gli apparati politicoburocratici vedano
contrarsi la propria capacità di intermediazione.
È poi urgente procedere lungo la strada di un
federalismo fiscale davvero competitivo. Tutto dipende dai decreti
attuativi della Calderoli. Bisogna infatti che, in ottemperanza al
dettato costituzionale, si diano più competenze a Regioni ed
enti locali, garantendo loro piena autonomia nel definire
l'entità del prelievo. Ciò innescherebbe una positiva
concorrenza tra Regioni più esose e meno esose, tra aree con
buoni o pessimi servizi: a partire da qui, però, chiunque
sarebbe indotto a dare il meglio di sé, al fine di attirare
investimenti e capitali. Gli interventi su sprechi, inefficienze e
spese inutili verrebbero di conseguenza. È necessario,
infine, mandare un segnale positivo ad investitori e agenzie di
rating, accogliendo la richiesta dell'Unione europea e parificando
l'età pensionabile di maschi e femmine. Perché
ridurre le imposte è possibile, senza dubbio, ma solo se si
ha il coraggio di realizzare quelle minime riforme che sono
necessarie a rimettere in sesto i fondamentali della nostra
economia.
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