Cronache di liberal

Potevano scegliere fra il disonore

e la guerra. Hanno scelto

il disonore, e avranno la guerra

Winston Churchill

Dietro i “due forni” il disegno di un nuovo sistema

di Giancristiano Desiderio [22 gennaio 2010]

La chiamano, con disprezzo, la politica dei due forni e, invece, è la necessaria politica dei due forni moderati che, purtroppo, ancora non si sono formati in modo stabile e compiuto. È quasi una cosa scontata dirlo, perché senza due centri moderati che confinano tra loro fino a toccarsi non c'è una decente democrazia dell'alternanza o, come si dice in Italia, bipolarismo. La scelta dell'Udc, ossia del partito che prova a unire chi crede nei valori della moderazione e del cattolicesimo liberale, è quella di allearsi a destra con il Pdl quando non c'è la Lega o non prevale il radicalismo leghista e, viceversa, quando c'è la Lega o prevale il suo estremismo, la scelta ricade sulla sinistra sì, ma con una chiara cultura riformista e quindi moderata. Come si vede - e come testimoniano le stesse alleanze nelle regioni da Nord a Sud - non solo è una via semplice e lineare, ma è addirittura una strada necessaria perché la democrazia dell'alternanza ha bisogno per funzionare di almeno due classi dirigenti che siano l'una il ricambio dell'altra e non, come accade in Italia, l'una la negazione e demonizzazione dell'altra. Ma siccome il pane che lievita nei due forni in campo, e soprattutto in quello del fornaio del Cavaliere, è un po'indigesto e troppo dipendente dall'impasto leghista, ecco che si ricorre alla antica metafora democristiana dei due forni, ma disprezzandola.

Se Pier Ferdinando Casini - e con lui i moderati - avesse voluto praticare effettivamente una politica fatta tutta di calcolo e di opportunità da cogliere al volo non avrebbe incontrato grossi problemi: gli accordi si sarebbero fatti in una notte perché l'intesa sulle poltrone e gli incarichi è quella che si trova sempre. Non avrebbe trovato granché difficoltà neanche se avesse cercato la prima delle candidature: la presidenza. Anzi, si è trovato nella condizione capovolta: ha rifiutato quanto gli veniva offerto. I fatti, per chi li voglia osserva- re, stanno lì a testimoniarlo. Ma c'è anche un'altra prova ed è probabilmente quella più significativa: il diktat di Bossi che vuole dividere le alleanze politiche in base ad una nuova "linea gotica" che ha il letto del fiume Po come il confine oltre il quale i moderati non dovrebbero osare spingersi. Ma, almeno e soprattutto in questo, i moderati devono essere estremi perché ciò che è in gioco - come ha capito Bossi e, con lui, anche Berlusconi - è una diversa concezione della politica bipolare.

Nessuno si nasconde dietro un dito. La collocazione più naturale dei cattolici moderati è con un centrodestra rivisitato, non più tendenzialmente "monarchico" e diventato finalmente un'istituzione nel panorama della storia della politica repubblicana dell'Italia. Insomma, è il giusto ampliamento o, meglio, superamento del cosiddetto "arco costituzionale"della Prima repubblica. Purtroppo, proprio il Pdl, per come si è formato e per come è interpretato, è la negazione di questa crescita della politica italiana: tutto si regge sulle spalle di un uomo che a sua volta è legato al leghismo. Più il Pdl è il "partito della lega"più l'Udc ha ragione di esistere e più Berlusconi crede di dover ricondurre a miti consigli Casini. Un errore madornale. Che cos'è l'attuale bipolarismo se non la riproposizione di quella democrazia bloccata da cui si sarebbe dovuti uscire? I moderati lavorano per la realizzazione della promessa mancata della democrazia dell'alternanza. È questo il motivo che spinge Berlusconi a nutrire propositi di distruzione dell'unione di centro. Prima ancora della questione delle percentuali elettorali, ciò che turba i sogni berlusconiani e dei berlusconiani è l'esistenza di un partito che sventola la bandiera moderata. Armato di sondaggi, dati, numeri e slogan il Cavaliere si agita e cerca di "comunicare" che il voto all'Udc è inutile e proprio mentre lo pensa e lo fa, manifesta la sconfitta del suo liberalismo.   

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