Il sequestro della Finanziaria
di Francesco Pacifico [08 dicembre 2009]
Gioacchino Alfano, capogruppo del Pdl della commissione in Bilancio, è stato franco con i colleghi dell'opposizione: «Non possiamo votare nessun vostro emendamento perché nel governo c'è la preoccupazione che si possano aprire delle crepe in Finanziaria. Che possa passare di tutto». E così, blindatura dopo blindatura, si rischia per la prima volta nella storia repubblicana un'approvazione della manovra senza un effettivo esame del Parlamento.
Ieri sono bastati dieci minuti per blindare in commissione Bilancio la manovra. E cancellare per alzata mano tutte le 150 proposte dell'opposizione. Alla fine della settimana, poi, l'ennesimo ricorso alla fiducia dovrebbe annullare le ultime velleità di spesa della maggioranza. Il tutto, chiaramente, limitando al minimo il dibattito nelle sedi istituzionali e riducendo al lumicino la dialettica tra Parlamento e governo. Dopo aver vivacchiato una set- timana in attesa degli emendamenti del governo, nelle ultime 24 ore la commissione Bilancio della Camera è stata spiazzata dall'accelerata di Giulio Tremonti. Prima il ministro ha imposto al relatore di maggioranza, Massimo Corsaro, il testo dell'emendamento che conteneva le poche misure di spesa della manovra. Quindi i membri del Pdl - dopo una nottata di discussioni spesso sfociate in liti - hanno obbligato i colleghi dell'opposizione a non discutere tutti i subemendamenti, passando direttamente al voto sul maxiemendamento. Di fronte a un atteggiamento simile Partito democratico, Udc, Italia dei Valori e Api hanno deciso di abbandonare i lavori dell'aula. Ma la scelta dell'Aventino non ha spinto i colleghi del Popolo delle Libertà a cambiare atteggiamento: prima, in solitaria, è stato approvato il testo presentato da Corsaro, quindi, in una decina di minuti, sono state respinte per alzata di mano le 150 proposte di modifica della minoranza per passare al voto finale. Va da sé che esprimersi soltanto sul maxiemendamento - senza tra l'altro discuterne il merito - e far cadere le altre proposte di modifica equivale a un'approvazione secca, simile a quella di una fiducia. Dal punto formale il presidente della commissione Bilancio, Giancarlo Giorgetti, si è appigliato al fatto che i tempi di approvazione erano molto risicati.Anche perché il testo deve approdare in aula domani, se si vuole dare il tempo al Senato di dare la vidimazione definitiva. Di più, questa decisione rispetta persino le condizioni poste da Gianfranco Fini a Tremonti, quando ha spiegato che sarebbe stato sgradevole apporre la fiducia su norme non passate in commissione.
Ma quanto accaduto ieri contrasta la prassi e il bon ton parlamentare. Non a caso Pier Paolo Baretta del Pd, capogruppo del Pd alla Bilancio (vd. l'intervista nella pagina accanto, ndr), ha subito dettato una nota di fuoco alle agenzie: «Denunciamo la violenza formale con la quale il presidente della Commissione, ha avviato la votazione degli emendamenti ». Il centrodestra comunque fa quadrato. Il viceministro all'Economia, Giuseppe Vegas, fa sapere che «la fiducia in aula dipenderà dagli emendamenti presentati. Se l'opposizione presenterà numerosi emendamenti è probabile; altrimenti non è detto». I capigruppo del Pdl di Camera e Senato,Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri, hanno rivendicato che «con il lavoro che si è sviluppato armonicamente tra governo, Senato e, adesso, alla Camera va in aula una legge finanziaria che rappresenta un serio strumento per lo sviluppo, che tiene conto che ancora occorrono interventi per affrontare gli effetti della crisi». Mentre il relatore Massimo Corsaro ha ricordato che «Il testo della Finanziaria 2010 che è uscito dalla commissione della Camera costituisce un significativo risultato frutto del lavoro e del confronto costruttivo tra governo e gruppi di maggioranza, che ha portato a una manovra complessiva di circa nove miliardi». In realtà, dietro queste dichiarazioni di facciata c'è molto malumore nella maggioranza. Intanto perché l'imposizione di Tremonti di scrivere l'emendamento parlamentare è l'ultimo stadio in un processo di messa sotto tutela dei gruppi parlamentari. I quali, se fino a paio di settimane fa promettevano in tutte le sedi di tagliare l'Irpef e l'Irap, ieri non hanno potuto far passare un emendamento dell'opposizione per rimettere otto comuni delle Marche nel novero delle aree depresse e rimediare a un errore fatto durante il passaggio parlamentare. Eppoi questa Finanziaria rompe il rigido rigore imposto sui saldi da Tremonti - Vegas ha confermato «un aumento della spesa vera di 5,2 miliardi nel 2010», quindi l'impatto sull'indebitamento netto - senza mettere in campo reali misure anticicliche. Spiega Gian Luca Galletti, capogruppo dell'Udc in commissione Bilancio: «Questa manovra ha il solo "pregio"di togliere 2,4 miliardi alle famiglie, visto che non conferma il bonus del 2009. E oltre a non dare nulla alle imprese, lascia senza copertura non pochi capitoli». Il riferimento va innanzitutto a quelle voci come il fondo per l'editoria (50 milioni) o quello per il settore bieticolo saccarifero (86 milioni) che necessiteranno di provvedimenti ulteriori per avere la copertura necessaria. «Senza dimenticare», aggiunge Galletti, «che Tremonti per la spesa corrente si affida al debito e a entrate straordinarie per trovare soldi a materie private di risorse con i suoi tagli lineari del 2008».
I fondi per il 5 mille o quelli per le missioni all'estero sono stati coperti con 3.790 milioni incassati con lo scudo fiscale. I soldi in più concessi al fondo sanitario nazionale come previsto dal patto della salute invece trovano garanzia nel fondo Inps per il Tfr. Tre miliardi e cento milioni che nel 2007 Prodi aveva vincolato alle opere pubbliche. I microinterventi (valore 400 milioni) invece sono possibili grazie al miliardo che il ministro ha svincolato dai finanziamenti destinati alle Regioni a Statuto Speciale dopo le ultime intese. Eppure il ministro dell'Economia, a breve, dovrà fare di nuovi i conti con nuove richieste di spesa: a gennaio il collega Claudio Scajola vuole presentare il decreto legge per rinnovare gli incentivi alle rottamazione auto (valore un miliardo). Domani incrocia le braccia il pubblico impiego, che attende di capire dove il governo troverà i fondi per gli aumenti contrattuali del 2010. E che costano la modica cifra di 1,6 miliardi di euro.
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