Ragazzi, non c’è lavoro
di Francesco Pacifico
[02 dicembre 2009]
Sì, l'Italia resta un Paese per vecchi.Tanto che la crisi
peggiore dell'era contemporanea presenta il suo conto sul versante
peggiore, quello dell'occupazione giovanile.
A ottobre sono saliti a quota 2.004.000 gli italiani
alla ricerca di lavoro. E per la maggior parte sono ragazzi tra i
15 e i 24 anni, fascia nella quale la disoccupazione cresce in un
anno del 4,5 per cento. Un numero spaventoso, se si pensa che il
dato generale segna nello stesso lasso di tempo un aumento dell'uno
per cento. Spiega Natale Forlani, un passato da numero due della
Cisl e oggi presidente di Italia Lavoro: «La disoccupazione
cresce se c'è gente che lavora e perde il lavoro oppure se
sale il numero di chi inizia a cercarlo. In Italia si sta
verificando proprio quest'ultimo fenomeno: il numero degli occupati
resta invariato, crescono - ed è una novità per
l'Italia - quindi i giovani che non riescono a entrare nel mondo
del lavoro». Aggiunge Carlo Dell'Aringa, oggi alla guida del
centro studi Ref e un tempo alla testa dell'Aran: «Questa
tendenza, sorprendente e pericolosa, è dovuta al fatto che
le nostre aziende, per lo più Pmi, hanno bisogno di
personale con esperienza. Non hanno tempo né risorse per
formarlo. Quindi, vincolate dalla cassa integrazione a mantenere
gli organici esistenti, hanno bloccato il processo di turn over.
Non si fanno più nuove assunzioni». Il sistema degli
ammortizzatori sociali, quindi, ha salvato i padri, ma in una certa
misura ha impedito di trovare un'occupazione stabile ai figli. Ed
è su questo fronte che vanno cercati - soprattutto se
precarie - le 39mila unità in più rispetto a un mese
fa (+2 per cento) e 236mila in più rispetto a ottobre del
2008 che si è messa alla ricerca. Ma un altro campanello
d'allarme arriva dal numero degli inattivi - a ottobre 14.741.000
unità - che in un anno è cresciuto in termini
percentuali dell'1,4 per cento. C'è il fondato timore che a
ingrossare questo esercito ci siano soprattutto lavoratori in nero.
Siccome quelli sull'occupazione sono indicatori ritardati rispetto
ai cicli economici in atto, è facile immaginare che questi
numeri siano destinati soltanto a peggiorare nel breve periodo.
«Anche perché», ipotizza Natale Forlani,
«siamo di fronte a un movimento epocale tra imprese che
chiudono e quelle che aprono e dovrebbero sostituirle. Quindi
servono interventi per l'adeguamento delle competenze,
formazione». Per il resto il numero degli occupati
resta, in anno, quasi saldo sui 23 milioni.
Duecentottantaquattromila in meno nell'anno della crisi. «Si
ipotizzava un numero peggiore », segnala Carlo Dell'Aringa,
«a riprova che la caduta si è stabilizzata». Di
conseguenza - al momento - non c'è stata la chiusura dopo le
ferie delle imprese manifatturiere in attesa di commesse. Complice
la cassa integrazione, si è dimostrata vincente la scommessa
di chi ha deciso di mantenere i propri organici, quindi di non
licenziare in attesa di tempi migliori. Ha buon gioco Maurizio
Sacconi a dire che gli ultimi dati Istat «sono una conferma
che l'Italia è il Paese nel quale l'impatto della crisi
sull'occupazione è stato fortunatamente più
contenuto. Per fortuna siamo al di sotto della media Ue che
è al 9,8 per cento». A ben guardare la situazione
è ben lontana dagli inizi degli anni Ottanta o dalla crisi
post '92, quando la disoccupazione era a due cifre. Oggi, infatti,
siamo all'8 per cento. Di più, la cassa integrazione -
istituto presente in poche nazioni - o le integrazioni al salari
hanno attutito le cose, mantenendo legati al proprio posto di
lavoro tra le 200 e le 300mila persone dall'inizio della crisi.
Senza contare che finora ha retto la coesione sociale,
visto che a differenza di quanto è avvenuto all'estero non
sono state prese d'assalto le piazze così come si contano
sulle dita i casi di sequestri di manager, mentre gli scioperi sono
crollati del 73 per cento. Ma le cose andranno bene anche in
futuro? Difficile fare previsioni, fatto sta che la politica
dovrà dare una risposta (e fon- di) ai più di 150
tavoli per la gestione di crisi settoriali
e aziendali che coinvolgono circa 300mila lavoratori. Se ne sta
occupando il ministro dello Sviluppo Claudio Scajola, il quale ha
annunciato ieri alla Camera: «Fino a oggi siamo riusciti a
ricollocare oltre 15mila addetti e stiamo lavorando intensamente
per risolvere in modo ottimale la situazione di crisi anche per i
restanti lavoratori coinvolti». Ma altri campanelli d'allarme
arrivano dal fiore all'occhiello della nostra industria pesante, la
meccanica. L'associazione di categoria, l'Anima, ha annunciato che
a un calo di produttività seguirà una riduzione di
personale di circa 2,4mila addetti. Invece dal mondo delle
costruzioni, settore prociclico per eccellenza, il leader Ance
Paolo Buzzetti annuncia: «In assenza di provvedimenti urgenti
e di forte impatto rischiamo di perdere fino a 250mila
occupati».
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