Cronache di liberal

Potevano scegliere fra il disonore

e la guerra. Hanno scelto

il disonore, e avranno la guerra

Winston Churchill

Le lezioni della storia

di Giancarlo Galli [05 dicembre 2009]

Francesco Gavazzi, economista fra i più autorevoli, ascoltatissimo sulle due sponde dell'Atlantico (dalla milanese Bocconi al Mit di Boston), con un editoriale sul Corriere della Sera (23 novembre), ha lanciato un grido d'allarme: «Più passa il tempo, più cresce la probabilità che questa crisi sia un'occasione sprecata. Di riforme dei mercati finanziari, non s'intravede neppure l'ombra. Eppure queste riforme sarebbero l'unico beneficio di una crisi che è tanto costosa. (...) Rimandare le riforme significa scegliere di non farle più. Le banche riparano i loro bilanci, aumentano il loro potere e la loro capacità di convincere i governanti a non fare nulla che possa intaccare i loro profitti». Analisi cruda, che sembra confermare come gli uomini (nella fattispecie banchieri e politici), si rifiutano ancora una volta di far tesoro delle lezioni della storia; e quanto, superata la fase acuta del ciclone, siano lesti a riannodare con le pratiche della speculazione e dell'ingordigia, della sostanziale indifferenza al bene comune. Mentre un po' ovunque i politici eccellono per una verbosa impotenza. Malauguratamente, è un déjà vu. A ricordarcelo è la comparsa in libreria di un volumetto sulla Storia dei crimini monetari (excelsior 1881 editore, 260 pagine, 15,50 euro), di Alexander Del Mar. Un inedito per l'Italia. Ma lo straordinario sta nella scansione temporale. Del Mar, nato a New York nel 1836 e scomparso novantenne nel 1926, fu il primo direttore dell'ufficio statistico Usa, nonché delegato americano a numerose conferenze monetarie internazionali. Studioso dal carattere spigoloso e dissacrante, nulla faceva per ingraziarsi i potenti di turno. E fu messo a tacere, condannato all'oblio perché Grillo parlante, Cassandra. Sostiene Francesco Merlo nella graffiante prefazione: «Del Mar credeva che qualsiasi cambiamento del valore della moneta fosse un attentato alla sovranità dello Stato. Ai suoi tempi il ritocco della moneta era un crimine perché la forza degli Stati era tutta nella forza della loro moneta. Ebbene, Del Mar morì prima della grande crisi del '29. E dunque non vide il crimine trasformarsi in diritto con Keynes. Non assistette alla mutazione del vizio in virtù con l'inflazione programmata di Franklin Delano Roosevelt».

Saranno i Nobel per l'economia James Tobin (ispiratore del kennedysmo) e Robert Mundell a «riabilitare» Del Mar. Secondo Mundell, «seppe porre domande mai formulate in precedenza, a cui fornì risposte anticonformiste e spregiudicate». In pratica, Del Mar individuò alle radici di ogni crisi monetaria dal '600 in poi (ovvero dall'affermarsi del moderno capitalismo), le occulte complicità fra politici e banchieri-speculatori. Nel senso di una distorsione progressivamente accelerata dall'uso della moneta, con la perdita di ogni aggancio alla realtà «fisica» dell'economia: la produzione. Punto di svolta il trionfo della moneta cartacea, via via rompendo i legami con l'oro e l'argento, che potevano esercitare una funzione di garanzia. Da qui, la natura del «crimine monetario» che consiste nella continua introduzione sui mercati di «carta» che nessuno può dire a che veramente corrisponda. Certo Del Mar non nega, in via di principio, i vantaggi offerti da una vieppiù rapida circolazione monetaria cartacea (affascinante, nel libro, la ricostruzione dei «verdoni», dollari esentati dalla copertura aurea emessi per coprire le spese della Guerra di Secessione americana), tuttavia ne percepisce i limiti e i pericoli. Quasi prefigurando il declino della sterlina dichiarata inconvertibile, e poi del dollaro che divorzierà definitivamente dall'oro per unilaterale decisione del presidente Richard Nixon, nell'agosto 1971. Per coprire, ricorrendo all'inflazione, le spese accumulate nelle guerre asiatiche; e nel timore che imitando la Francia di de Gaulle, altri Stati avrebbero bussato a Fort Knox per mutare in oro i dollari contenuti nei forzieri delle loro banche centrali. Oggi, forse qualche pensiero dovremmo farlo di fronte alla drammatica evidenza dei numeri. Quanto vale (o sarebbe meglio dire «valeva») un dollaro è un mistero da alchimisti. Nell'estate del 1944 Harry White, plenipotenziario di Roosevelt al summit di Bretton Woods, dichiarò senza mezzi termini: «un'oncia d'oro fino (corrispondente a 31,1035 grammi di metallo giallo), equivale a 35 dollari cartacei». Aggiunse: dollar as good as gold. Il dollaro è come l'oro. Quale abbaglio! Osservando le attuali quotazioni: per un'oncia a New York, Zurigo, Tokio, occorrono quasi 1200 dollari. S'è insomma avverata la profezia anticipata da Del Mar: l'impazzimento di una moneta (ora quella del biglietto verde) minaccia l'intero sistema internazionale, testimonia del venir meno della leadership della funzione regolatrice dello Stato-guida (oggi, gli Usa, da Bush a Obama), nonché di un pluralismo che preannuncia una gigantesca ondata inflazionistica.

Leggendo in controluce le analisi-profezie di Del Mar, emerge l'urgenza di un sistema monetario più equilibrato, meno ingiusto.Poiché è difficile dargli torto, i suoi ammonimenti di un secolo fa, appaiono attualissimi. Non a caso il francese Strauss-Kahn, dal vertice del Fondo monetario internazionale, ha lanciato una moneta unica (quantomeno negli interscambi mondiali) che sostituisca il dollaro ormai in affanno. Bisogna dare atto a Strauss- Kahn di aver denudato il feticcio di «Re dollaro».Tuttavia, perché si possa finalmente arrivare a equilibri monetari più consoni al mutamento degli scenari globali, laddove gli Usa hanno cessato di essere i primi attori assoluti, sarebbe necessaria una coesione politica del Vecchio Continente attorno all'euro; anche per contrastare l'espansionismo cinese che spregiudicatamente utilizza lo yuan per sostenere il suo export. I banchieri dell'Occidente sono all'altezza della sfida e per quel che ci tocca da vicino, quale giudizio su banche e banchieri italiani? A questi interrogativi, ai quali piaccia o meno è appeso il nostro futuro, alcune interessanti e stimolanti indicazio si possono trarre da un altro volume, fresco di stampa: Le Banche e la crisi - Storia etica, problemi, soluzioni (Edizioni Spirali, 323 pagine, 28,00 euro).

L'autore è Giampiero Cantoni, imprenditore-banchiere- politico di lungo corso. Milanese, classe 1939, negli anni Ottanta pupillo di Bettino Craxi, che lo avrebbe voluto alla guida della Cassa di Risparmio delle Province lombarde (memorabile il braccio di ferro con De Mita, che alla fine impose Roberto Mazzotta), fu poi presidente della Banca Nazionale del Lavoro, privatizzata e acquisita da Paribas. Nonché al vertice di molteplici istituzioni creditizie. Ora, Cantoni è parlamentare del Pdl, con provenienza Forza Italia; e considerato un fe- delissimo di Berlusconi. Premesso che il libro di Cantoni non è di quelli che, come s'usa dire, «si leggono d'un fiato», o s'impongono per risvolti scandalistici, la sua lettura è di estremo interesse in molteplici passaggi. A cominciare dalle annotazioni etiche che ne costituiscono una sorta di filo conduttore. Come (pag. 159) la categorica affermazione: «La Banca (...) dovrebbe essere il più sacro e intoccabile dei templi del capitalismo. Se la crisi sarà servita a mandar fuori i mercanti dal tempio, non avrà fatto solo male». Cantoni è un estimatore del governatore Mario Draghi («uomo attento e coscienzioso, un civil servant con grande esperienza internazionale»), contrapposto all'«improvvido » Antonio Fazio, in quanto «il mestiere del banchiere non è andare in Paradiso: è creare valore». Non mancano le sferzate: Intesa San Paolo «è frutto di una fusione di cui non si possono davvero cantare le lodi, almeno non più. La fusione è stata ottenuta sovrapponendo sportelli, rami d'azienda, competenze e professionalità. (...) Queste fusioni hanno avuto luogo non secondo logiche virtuose, ma spesso attraverso logiche politiche. Per cui uno più uno non ha fatto due, ma magari zero virgola cinque». C'è da chiedersi come replicheranno Bazoli, Guazzetti, Passera, Salza, che (perché?) Cantoni evita di citare.

Direttamente chiamato in causa Alessandro Profumo di Unicredit. A pagina 160: «La banca che in Italia soffre di più è Unicredit. Fino a ieri la più osannata. Perché Alessandro Profumo, per mettersi nella condizione di esercitare appieno i suoi talenti di manager aveva consapevolmente «diluito» i soci. La sua fusione tedesca, tanto acclamata dai giornali, ha spostato altrove la proprietà di Unicredit; (...) è una banca che ha voluto giocare una partita più grande, e che pertanto subisce più di altre le ripercussioni di quanto sta avvenendo nel mondo». Replicherà Profumo? Cantoni spende lodi per Mario Draghi, e soprattutto per Giulio Tremonti, cui attribuisce doti quasi taumaturgiche, per aver ribadito «il primato dell'uomo sul mercato», non nascondendo le simpatie per l'interventismo del ministro dell'Economia. (Evidentemente, le comuni radici che risalgono al craxismo si fanno sentire). Slogan finale, un'invocazione a un'«economia sociale di mercato», che sarebbe un pilastro ideologico del Pdl, mutuato da Forza Italia. Chissà se Berlusconi si troverà d'accordo, e se sì, in che modo concilierà con la sua visione tendenzialmente monopolista. C'è dunque, partendo dal saggio del senatore Gianpiero, da augurarsi un prossimo dibattito a tutto campo, per meglio intercettare il futuro del banking italiano ove, a parte Antonio Fazio, nessuno ma proprio nessuno (a differenza di quanto avvenuto sotto altri cieli), ha pagato per gli errori commessi.  

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