Cronache di liberal

Potevano scegliere fra il disonore

e la guerra. Hanno scelto

il disonore, e avranno la guerra

Winston Churchill

Le pensioni che vorrei

di Giuliano Cazzola [01 dicembre 2009]

È troppo basso il tasso di riformismo del Governo? In quindici mesi di attività - nel bel mezzo di una crisi improvvisa e profonda - sono tanti provvedimenti assunti, in molti campi, che hanno sicuramente un profilo innovatore. L'Italia si è data una nuova politica energetica; sono stati impostati primi cenni di politica industriale; avviate alcune misure di accelerazione del processo civile. Nei prossimi giorni arriverà alla Camera, in seconda lettura, un testo che affronta anche taluni miglioramenti del processo del lavoro, che valorizzano la conciliazione e l'arbitrato, che orientano il giudizio nelle cause di licenziamento, secondo parametri che limitano la discrezionalità del giudice.  E soprattutto il testo approvato dal Senato riapre i termini di due deleghe importanti - sui lavori usuranti e sulla riforma degli ammortizzatori sociali - ereditate dalla precedente legislatura e dal protocollo del 2007. All'inizio della attuale legislatura il ministro Sacconi ha dato corso a misure di semplificazione degli adempimenti aziendali ed ha avviato interventi di detassazione delle voci retributive erogate a livello aziendale in cambio di una migliore produttività e qualità del lavoro. Questa scelta, riconfermata con adeguati stanziamenti nella Finanziaria del 2010, è la migliore garanzia del successo della nuova impostazione di politica contrattuale indicata nell'accordo quadro del 22 gennaio fortemente sollecitato dal Governo, dopo quattro anni di negoziati inutili che tutte le parti sociali hanno trascorso subendo i veti della Cgil.

Nel pacchetto delle innovazioni, poi, meritano un posto d'onore la legge delega Brunetta sul pubblico impiego e il decreto attuativo relativo. Anche sul versante delle pensioni la miniriforma del luglio scorso è stata importante, essendo di carattere strutturale le fattispecie affrontate dell'equiparazione dell'età di vecchiaia delle lavoratrici del pubblico impiego a quella dei colleghi maschi e dell'aggancio automatico, a partire dal 2015, dell'età pensionabile all'evoluzione dell'attesa di vita. È stato corretto il Testo Unico sulla sicurezza e la salute dei lavoratori (dlgs n.81/2008), rendendolo condivisibile da parte di tutte le forze sociali che si erano sentite penalizzate dalla prima stesura. Altre iniziative sono depositate in Parlamento: tra queste un disegno di legge delega per la riforma del diritto di sciopero nei pubblici servizi. Ulteriori riforme sono annunciate: a partire dallo Statuto dei lavori che lo staff di Sacconi ha messo in cantiere da tempo. A tali iniziative vanno aggiunti i diversi decreti anticrisi che si sono succeduti durante il primo semestre dell'anno nel tentativo di tutelare le persone e le famiglie in condizioni di maggior disagio, di salvaguardare il reddito dei lavoratori dipendenti da aziende colpite dalla crisi (attraverso il massiccio finanziamento - 8 miliardi in un biennio - della cig in deroga), di dare respiro a settori industriali di carattere strategico anche per il loro indotto (i provvedimenti in favore dell'industria dell'auto). E dopo 15 mesi di stallo o di recessione, nell'ultima fase dell'anno si è intravisto un cenno di ripresa, con una crescita (+0,6%) maggiore non solo di quella media della Ue, ma anche di quella dell'area euro.

La linea di condotta del Governo ha tenuto conto, nella misura del possibile, dei vincoli di bilancio e delle risorse disponibili, spesso riallocandole in corso d'opera. Se si fossero seguite le indicazioni del Pd - ovvero la richiesta di varare dei piani corredati di risorse più consistenti - oggi i conti pubblici sarebbero ancora peggiori di quelli attuali (non proprio tranquillizzanti per quanto riguarda il deficit e soprattutto il debito). In tale contesto, la società civile non si è fermata: sono stati rinnovati i contratti di lavoro per centinaia di migliaia di dipendenti privati, altri negoziati sono in corso (le ore di sciopero, per tanti motivi, sono diminuite del 71%). Il caso della Fiom non è la regola ma l'eccezione. Ciò premesso, il giudizio più puntuale, su quanto è stato attuato e sul «che fare?», è stato esposto da Luca Ricolfi su La Stampa del 23 novembre, il quale ha scritto di comprendere sempre più «l'inerzia» di cui è accusato Tremonti, da quando lo stesso Ricolfi si è preso la briga di «analizzare le alternative reali alla linea di Tremonti, ossia quelle sostenute da veri soggetti politici». «Per alternative reali - sostiene Ricolfi - intendo le controproposte di politica economica avanzate in questi mesi dall'opposizione (soprattutto dal Pd) sia dalla fronda interna alla maggioranza (ad esempio, la contromanovra di Baldassarri o le richieste del c.d. partito del Sud). Ebbene - prosegue Ricolfi - a mio parere ciascuna di esse avrebbe avuto ed avrebbe conseguenze macro-economiche nefaste. Le proposte del Pd - sono sempre parole dell'editorialista - sono pericolose sul piano dei conti pubblici, quelle di Baldassarri (in particolare il taglio dei consumi intermedi) metterebbero in ginocchio la pubblica amministrazione, quelle del partito del Sud farebbero esplodere la spesa».

Lunga vita (politica) a Giulio Tremonti, dunque? Di certo, la sua «inerzia» non è priva di risultati, soprattutto mettendola a confronto con quanto sta avvenendo in quei Paesi le cui politiche economiche, all'inizio dell'anno che sta per finire, erano portati ad esempio di attivismo e di riformismo da parte dell'opposizione. Se queste considerazioni hanno un qualche fondamento, viene spontanea una domanda: perché un Governo che - pur con tutti i suoi limiti - può vantare un discreto carnet di riforme (mentre altre sono in cantiere) sembra fregiarsi, a volte e con taluni dei suoi esponenti migliori, di una presa di distanza da una cultura delle riforme? È stata assolutamente condivisibile una linea connotata da prudenza e cautela durante la fase più acuta della crisi. Solo i «Dottor Stranamore », la cui unica responsabilità è quella di scrivere editoriali, possono teorizzare con disinvoltura l'esigenza di riforme audaci, tali da sconvolgere processi e comportamenti consueti, e perciò rassicuranti, in circostanze difficili. Se il Governo, invece di finanziare in modo massiccio la cig in deroga, avesse seguito i suggerimenti dell'opposizione e rafforzato in senso «universalistico » l'indennità di disoccupazione, il segnale inviato alle imprese, nel passaggio più critico della crisi, sarebbe consistito in un invito a licenziare.

Ma la legislatura è lunga. Non a caso - come già ricordato - il Governo si è posto il problema della riforma degli ammortizzatori sociali, mentre fino a ieri ne escludeva l'urgenza. A parte le sortite sul «posto fisso», l'aspetto più singolare è l'accanimento con cui viene negata l'attualità di un intervento riformatore sulle pensioni. Anche considerando le misure assunte a luglio, non è corretto sostenere che non vi sono più problemi. Un segnale allarmante si trova in fior di documenti ufficiali. Innanzi tutto il Dpef, da cui emerge in bella evidenza che, a causa della crisi, il picco della spesa pensionistica sul pil, atteso nelle previsioni precedenti intorno al 2035, si presenterà in misura del 15,5% a partire dall'anno prossimo. Così il rientro al di sotto del 14% atteso per il 2045 avverrà verso il 2060. L'altro documento interessante è il rapporto sull'invecchiamento della Ue, dove vengono tracciati alcuni scenari sugli effetti della crisi sui sistemi pensionistici. In tutte le ipotesi il peggioramento è rilevante. Quanto all'Italia, non sembra possibile riportare il deficit sotto il 3% e contenere il debito senza affrontare la questione- pensioni, per il peso che essa ha sulla spesa pubblica. Poi occorre mettere all'ordine del giorno un'idea di sistema pensionistico in grado di interpretare il futuro, tutelando al meglio i giovani occupati degli ultimi anni. Costoro hanno avuto ed hanno una vita lavorativa discontinua ed instabile, peggiore di quella delle precedenti generazioni.

Ma, quando verrà il loro turno di andare in pensione, i giovani saranno condannati a cavarsela con trattamenti pensionistici inadeguati, nello stesso momento in cui, in nome della ripartizione, hanno dovuto garantire per decenni - da lavoratori - alle generazioni precedenti prestazioni che per loro rappresentano un obiettivo irraggiungibile. Per fare fronte a tale situazione, la proposta bipartisan cho go firmato con TIzianoTreu immagina, per i nuovi occupati, un pensionamento flessibile nell'ambito di sistema di previdenza obbligatoria articolato su due livelli: una pensione di base finanziata dal fisco ed una contributiva, sostenuta da un'aliquota - intermedia rispetto a quelle attuali - uguale per tutte le tipologie di lavoratori. Così si ridurrebbe anche il costo del lavoro e si supererebbe quel divario dell'aliquota contributiva che è una delle ragioni del dualismo del mercato del lavoro.   

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