Cronache di liberal

L’Affaire Fiat

di Carlo Lottieri [27 novembre 2009]

È una regola quasi ferrea: gli errori producono errori. Dopo aver finanziato con grande generosità il settore italiano automobilistico grazie agli incentivi per la rottamazione, ora il governo appare intenzionato a mettersi di traverso di fronte alla decisione della Fiat di chiudere - sulla base di elementari considerazioni industriali - lo stabilimento di Termini Imerese. La questione ha innescato un duro contrasto tra il ministro Claudio Scajola, secondo il quale «non si può fermare o far crollare un polo industriale come Termini Imerese, dove c'è la disponibilità da parte del settore pubblico, sia Regione sia Governo, a proseguire gli investimenti per una migliore infrastruttura dell'area». Insomma, fatto un errore con gli incentivi e volendo farne un altro con la non-chiusura dello stabilimento siciliano, il ministro è pure pronto a mettere ancora mano al portafoglio (al nostro, di noi cittadini, ovviamente) per quei lavori pubblici e quegli investimenti statali che in passato si era promesso di fare e che sono rimasti sulla carta. Come è normale in questi casi, inoltre, il populismo genera altro populismo e quindi non sorprende che sulle posizioni di Scajola si ritrovi Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, persuaso che quegli impianti siano una risorsa «importante e strategica per il sistema Paese e per il Mezzogiorno».

Lo scontro tra l'azienda torinese e il governo è particolarmente aspro perché, sullo slancio, il ministro ha usato il termine "follia", sostenendo che sia un comportamento da pazzi quello di chi pensa di lasciare a casa i dipendenti Fiat siciliani. Cresciuto in quella cultura anglosassone che privilegia l'understatement e valorizza (assai più che da noi) la buona educazione, Sergio Marchion ne ha risposto con compostezza. Ma, al di là della forma, la replica non è stata meno netta dell'attacco portato dal ministro, poiché l'amministratore delegato ha invitato Scajola a «capire i dati», persuaso che una migliore conoscenza della situazione lo potrà indurre a modificare il suo atteggiamento. Nella sostanza, Marchionne ha ragione. In un'economia sana, non si possono distruggere imprese e gruppi industriali tenendo in vita rami improduttivi: e se le vetture che escono dagli stabilimenti siciliani costano più di quanto non rendano, non c'è altra strada che strutturare diversamente la produzione. Marchionne dice cose sensate, ma in qualche modo è vittima di se stesso, dato che paga le conseguenze di quella Realpolitik che - nel momento in cui si è trattato di reagire di fronte alla crisi - lo ha spinto a ricercare gli aiuti di Stato. L'argomento solitamente usato da chi intende giustificare il comportamento dell'azienda italiana è che questi sussidi sono stati distribuiti in tutta Europa, ma è difficile ritenere che un errore non sia più tale solo se lo commettono tutti. A questo punto ci si obietta che quegli aiuti non sono soltanto "normali", ma diventano perfino necessari se si vuole salvaguardare la possibilità di competere con imprese con Marchioncorrenti che sono generosamente sussidiate. Anche questa tesi, però, appare del tutto spuntata, perché tanto sul piano morale come su quello economico non c'è una solida giustificazione al fatto che sia una buona cosa togliere risorse alle imprese politicamente più deboli (e, spesso, più piccole) per darle a quelle politicamente più forti (e, spesso, più grandi). Quali che siano le politiche economiche irragionevoli adottate in Francia, Germania o Regno Unito.

La polemica assai poco raffinata di queste ore ha comunque il merito di mostrare la realtà per quello che è. Gli aiuti governativi alle imprese automobilistiche sono stati giustificati, alle solite, con argomenti ecologisti. Fu detto infatti che quello era un modo per svecchiare il parco macchine nazionale e in questo modo tutelare meglio della natura. (Pochi si sono seriamente chiesti se i vantaggi ambientali legati all'adozione di nuove vetture, meno inquinanti, compensassero oppure no i danni all'ambiente causati dalla produzione delle nuove macchine. Ma non fa nulla). Adesso però il re è nudo: ed è evidente a tutti che le questioni ecologiche erano solo pretestuose. Il governo intendeva aiutare la Fiat, proprio al fine di avere voce nelle sue scelte strategiche. Per questo motivo ora Marchionne si trova a fare i conti con una vecchia regola, sempre valida, e cioè che «chi paga, comanda». Il tono sguaiato di Scajola è quello di chi ritiene di vantare un credito e, per tale motivo, si considera più che titolato a decidere in casa d'altri. Anche perché quelli basati su sussidi e finanziamenti sono meccanismi che, in qualche modo, tendono a indirizzare verso una qualche "pubblicizzazione" delle aziende aiutate. Come ha rilevato Stefano Feltri su Chicago-bolg, il dibattito dovrebbe essere impostato diversamente. Nell'Italia welfarista del ventunesimo secolo le uniche alternative politicamente praticabili di fronte alla crisi di Termini sono due.

Da un lato c'è la soluzione del puro e semplice salvataggio dello stabilimento, quale risultato di nuovi aiuti e interventi di Stato (ed è ciò a cui fa riferimento Scajola, lasciando intendere la possibilità di usare la fiscalità generale per "sostenere" l'azienda in questa fase difficile). Dall'altro c'è però la strada della ristrutturazione, che comunque comporta oneri per i contribuenti, dato che in un modo o nell'altro implica il ricorso ad ammortizzatori sociali, sebbene - almeno si spera - orientati a incanalare quanti perdono il posto verso nuove attività più produttive. In entrambi i casi, la cittadinanza nel suo insieme sarà chiamata a sostenere un costo, che in ragione dell'alto numero dei dipendenti non sarà poca cosa. Ma è razionale supporre che, nel secondo caso, questo ulteriore salasso ai danni dei contribuenti possa quanto meno favorire un migliore posizionamento della forza lavoro, ponendo fine ad attività su cui il mercato pare già avere espresso il proprio verdetto.   

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