Cronache di liberal

Potevano scegliere fra il disonore

e la guerra. Hanno scelto

il disonore, e avranno la guerra

Winston Churchill

Di cosa parliamo quando diciamo Italia

di Ferdinando Adornato [30 ottobre 2009]

I poeti furono i primi ad alzarsi al di sopra delle divisioni e delle discordie che dilaniavano le terre italiane in nome della superiore unità della nazione. Gli italiani si armeranno e si libereranno perché i poeti li avranno prima armati con le parole. Non fu vero, dunque, se non per retorica, il petrarchesco lamento che «'l parlar sia indarno». Fu vero invece l'intuito di Francesco De Sanctis secondo il quale "una storia della letteratura italiana non poteva che inevitabilmente essere una storia d'Italia".

Ma i poeti non soltanto"sentivano". Sapevano. I versi della Commedia, ad esempio, corrispondono alle riflessioni politiche della Monarchia, nella quale Dante affronta uno stereotipo costante della nostra storia: il confronto tra l'Impero e la Chiesa. La fine dell'impero romano aveva lasciato sul territorio un vuoto di potestas e quindi un «volgo disperso che nome non ha», dominato da incontenibili forze centrifughe e soggetto a policentriche mire espansioniste. La Chiesa invece c'è, ma con la sua sovranità, insieme spirituale e temporale, contende il primato alla sovranità civile-monarchica. Nella lotta tra questi due "poteri", come ha osservato Benedetto Croce, c'è già tutta l'ideale storia nazionale italiana. C'è la necessità sempre invocata e mai attuata o verificatasi, di una «riforma intellettuale e morale degli italiani ». Ciò che oggi noi, con espressione più moderna, chiamiamo "religione civile": la capacità di un popolo, pur separando rigorosamente Cesare da Dio, di rivendicare il primato dei valori fondamentali della nazione sul potere dello Stato. O, ancor meglio, la definizione dello Stato come mezzo e della nazione come fine. Ciò che costituisce il cuore dell'ispirazione cristiana e di quella liberale, i due fili d'oro che guideranno la nazione italiana al suo Risorgimento.

LA NAZIONE CONTIENE LO STATO Stato e nazione: concetti di controversa attualità. Recentemente Tommaso Padoa Schioppa, in un suo fondo sul Corriere, sosteneva che, celebrando l'unità dello Stato, conveniva tener ben distinto e distante qualsiasi riferimento al concetto di nazione. È lo Stato, ricordava, che oggi dobbiamo riformare tutti insieme: ed è controproducente tirare in ballo la nazione, argomento quale troveremmo più motivi di divisione che di unità. Ragionevole. Però parziale. Come si può, infatti, discutere dello Stato, dei suoi limiti e di possibili nuovi assetti senza far riferimento ai valori di fondo cui esso deve ispirarsi? La nostra Costituzione, come del resto qualsiasi altra Costituzione, non è una invenzione ingegneristica di procedure, slegata, ove mai fosse stato possibile, dalla missione etica, culturale, sociale che la nostra comunità intendeva assegnarsi alla fine della seconda guerra mondiale. E se anche si volesse riformare solo la sua seconda parte, come si potrebbe mai farlo senza chiamare in causa principi e valori che sempre precedono la definizione di ogni assetto del potere?

Un diverso, ma altrettanto sintomatico, errore è stato commesso da gran parte della cultura leghista e da certa cultura della sinistra quando, negli anni scorsi, hanno imposto il "dogma"del tramonto degli Statinazione, che risulterebbero travolti dall'incedere della globalizzazione e dall'affermarsi di poteri sovranazionali. È ormai tempo di rivedere questo scenario. Non solo perché è sempre più chiaro che protagonisti del XXI secolo, accanto agli Stati Uniti, si avviano ad essere grandi Stati-nazione come la Cina e l'India, i quali già stanno mutando il corso del mondo grazie alla forza della loro identità e della crescita economica. Ma soprattutto per un'altra ragione a noi più vicina: anche in Europa, laddove i processi di unificazione sovranazionale sono più evidenti, la questione del tramonto degli Stati-nazione non appare così scontata.        

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