Cronache di liberal

Se tutti gli economisti

confrontassero le loro teorie,

non raggiungerebbero mai

una conclusione

George Bernard Shaw

 

Com’è vecchio definirsi “no global”

di Giuseppe Baiocchi [11 luglio 2009]

Quando l'utopia finisce in disincanto. Pare più una malinconica adunata di reduci che la legittima contestazione ai potenti della Terra, in nome di nobili ideali di giustizia universale, di solidarietà ai poveri e agli sfruttati del pianeta. L'epopea del "no-global"che ha fatto versare fiumi di inchiostro e procurato affari imprevisti ai vetrai di tutto il mondo sembra giunta al tramonto: per paradosso si potrebbe sostenere che le ferite alla globalizzazione, venute per motivi interni al processo - come la devastante crisi finanziaria - renda meno significativa, se non addirittura superflua, ogni forma di schieramento "contro".

Si dirà certamente che l'area del terremoto dove si è svolto il G8 non "aiuta" a considerare i capi di stato e di governo come una "casta" di ricchi di abbattere; e la presenza a vario titolo di rappresentanti dei Paesi poveri e in via di sviluppo fa cadere l'accusa di insensibilità verso i drammi della fame; si aggiungerà altresì che l'esperienza ha reso gli apparati di sicurezza meno inclini a lasciarsi sorprendere dagli eccessi violenti delle contestazioni... Eppure emerge un senso di stanchezza, di usura, e di sostanziale inutilità della protesta che va ben al di là delle motivazioni contingenti. In realtà pare proprio che i cervelli della "sinistra antagonista" che intravedeva nel movimento multiforme e ribollente dei "no global" l'antipasto e la promessa di una futura rivoluzione che avrebbe cambiato il potere del mondo, farebbero bene a riflettere su un fallimento culturale che ha le radici profonde nelle loro ambiguità, nei loro silenzi e magari nelle loro vigliaccherie. Come se una certa speranza di cambiamento positivo, anche se protestatario talvolta fino alla violenza, (che si era espresso per la prima volta a sorpresa di fronte al Wto di Seattle a cavallo del nuovo Millennio) si fosse sfarinata rapidamente per l'incapacità culturale (e i paraocchi ideologici) nell'affrontare con coerenza i dilemmi angosciosi che la complessità della condizione internazionale presenta ripetutamente sulla scena e che pretende una credibilità sempre rinnovata e davvero globale.

Si prenda l'ondata pacifista e in difesa dei "diritti umani": la naturale e umana propensione per la conquista della pace ha avuto troppi "black out": il silenzio imbarazzato sui tanti conflitti dimenticati del pianeta (dal Darfur alla Cecenia alle tante guerre tribali e locali che dilaniano i paesi poveri) ha svalutato la lotta per la pace. Come pure ha il suono della "falsa moneta"la lotta per i diritti umani dei popoli , quando si tace pervicacemente ieri sul Tibet e la Birmania, oggi sull'Iran e le minoranze oppresse in Cina. E pure la fiamma ambientalista sembra ridursi ad un fumigante lucignolo quando la questione delle emissioni nocive tocca i grandi paesi della nuova economia, come India e Cina, non vengono pressati perché evitino, per il bene comune della terra intera, gli errori e le sordità dei paesi di più antica industrializzazione. Sul clima si sta sciogliendo rapidamente la religione pagana del riscaldamento globale di origine esclusivamente antropica: e la realtà, con le dure repliche della storia (come il necessario ritorno al nucleare) si incarica di fare piazza pulita di tante velleità ideologiche, forse non tanto disinteressate. Sulla fame nel mondo e la difficile questione dello sviluppo, dopo la polemica sugli Ogm, avanza la comprensione che solo la condivisione dei doveri e delle responsabilità può davvero cambiare le cose, più di ogni protesta: e forse la saggezza riformista di un Lula o di un Mandela dimostrano che il tempo dell'indignazione sta diventando obsoleto. E forse non c'è nemmeno l'alibi di Bush per prendersela a prescindere con gli Stati Uniti: la nuova icona progressista di Obama spunta tante frecce e finisce per edulcorare molta della rabbia lungamente alimentata.

Sembra imporsi un sano realismo che riduce la giovanile idealità dei no-global a una sempre più cupa disillusione. Quasi che a mettere i potenti del mondo davanti alle enormi responsabilità che si portano comunque sulle spalle stia diventando più efficace un mite professore bavarese con le sue encicliche che quel club sempre meno creativo di adolescenti ingrigiti.  

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