Com’è vecchio definirsi “no global”
di Giuseppe Baiocchi
[11 luglio 2009]
Quando l'utopia finisce in disincanto. Pare più una
malinconica adunata di reduci che la legittima contestazione ai
potenti della Terra, in nome di nobili ideali di giustizia
universale, di solidarietà ai poveri e agli sfruttati del
pianeta. L'epopea del "no-global"che ha fatto versare fiumi di
inchiostro e procurato affari imprevisti ai vetrai di tutto il
mondo sembra giunta al tramonto: per paradosso si potrebbe
sostenere che le ferite alla globalizzazione, venute per motivi
interni al processo - come la devastante crisi finanziaria - renda
meno significativa, se non addirittura superflua, ogni forma di
schieramento "contro".
Si dirà certamente che l'area del terremoto dove
si è svolto il G8 non "aiuta" a considerare i capi di stato
e di governo come una "casta" di ricchi di abbattere; e la presenza
a vario titolo di rappresentanti dei Paesi poveri e in via di
sviluppo fa cadere l'accusa di insensibilità verso i drammi
della fame; si aggiungerà altresì che l'esperienza ha
reso gli apparati di sicurezza meno inclini a lasciarsi sorprendere
dagli eccessi violenti delle contestazioni... Eppure emerge un
senso di stanchezza, di usura, e di sostanziale inutilità
della protesta che va ben al di là delle motivazioni
contingenti. In realtà pare proprio che i cervelli della
"sinistra antagonista" che intravedeva nel movimento multiforme e
ribollente dei "no global" l'antipasto e la promessa di una futura
rivoluzione che avrebbe cambiato il potere del mondo, farebbero
bene a riflettere su un fallimento culturale che ha le radici
profonde nelle loro ambiguità, nei loro silenzi e magari
nelle loro vigliaccherie. Come se una certa speranza di cambiamento
positivo, anche se protestatario talvolta fino alla violenza, (che
si era espresso per la prima volta a sorpresa di fronte al Wto di
Seattle a cavallo del nuovo Millennio) si fosse sfarinata
rapidamente per l'incapacità culturale (e i paraocchi
ideologici) nell'affrontare con coerenza i dilemmi angosciosi che
la complessità della condizione internazionale presenta
ripetutamente sulla scena e che pretende una credibilità
sempre rinnovata e davvero globale.
Si prenda l'ondata pacifista e in difesa dei "diritti
umani": la naturale e umana propensione per la conquista della pace
ha avuto troppi "black out": il silenzio imbarazzato sui tanti
conflitti dimenticati del pianeta (dal Darfur alla Cecenia alle
tante guerre tribali e locali che dilaniano i paesi poveri) ha
svalutato la lotta per la pace. Come pure ha il suono della "falsa
moneta"la lotta per i diritti umani dei popoli , quando si tace
pervicacemente ieri sul Tibet e la Birmania, oggi sull'Iran e le
minoranze oppresse in Cina. E pure la fiamma ambientalista sembra
ridursi ad un fumigante lucignolo quando la questione delle
emissioni nocive tocca i grandi paesi della nuova economia, come
India e Cina, non vengono pressati perché evitino, per il
bene comune della terra intera, gli errori e le sordità dei
paesi di più antica industrializzazione. Sul clima si sta
sciogliendo rapidamente la religione pagana del riscaldamento
globale di origine esclusivamente antropica: e la realtà,
con le dure repliche della storia (come il necessario ritorno al
nucleare) si incarica di fare piazza pulita di tante
velleità ideologiche, forse non tanto disinteressate. Sulla
fame nel mondo e la difficile questione dello sviluppo, dopo la
polemica sugli Ogm, avanza la comprensione che solo la condivisione
dei doveri e delle responsabilità può davvero
cambiare le cose, più di ogni protesta: e forse la saggezza
riformista di un Lula o di un Mandela dimostrano che il tempo
dell'indignazione sta diventando obsoleto. E forse non c'è
nemmeno l'alibi di Bush per prendersela a prescindere con gli Stati
Uniti: la nuova icona progressista di Obama spunta tante frecce e
finisce per edulcorare molta della rabbia lungamente
alimentata.
Sembra imporsi un sano realismo che riduce la giovanile
idealità dei no-global a una sempre più cupa
disillusione. Quasi che a mettere i potenti del mondo davanti alle
enormi responsabilità che si portano comunque sulle spalle
stia diventando più efficace un mite professore bavarese con
le sue encicliche che quel club sempre meno creativo di adolescenti
ingrigiti.
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