Ciao Renzo
di Ferdinando Adornato
[11 giugno 2009]
Ciao, Renzo. «Né il sole né la morte
si possono guardare fissamente» ha scritto La Rochefoucauld.
E adesso il sole di giugno e la tua morte si sono dati un
terribile, accecante appuntamento. Mi pare assurdo pensare,
scrivere, dire che tu non ci sei più. Le lacrime si ingoiano
le parole. E, un infantile esorcismo mi fa immaginare che se
rifiutassi di pensare la tua morte, se tutti insieme rifiutassimo
di farlo, tu forse torneresti qui con noi. Quasi come se gridare
con John Donne «Tu morte morrai!», possa far davvero
morire la morte e ridare a te la vita... Ma le parole non hanno
questo potere, tu lo sai. Abbiamo vissuto insieme di parole. Le
abbiamo amate, ci hanno amato. Fino a scoprire che molte di esse
erano davvero facili, si concedevano con irritante leggerezza alle
labbra o alla penna di troppi che non le
amavano.
Che anzi le sfruttavano con dissimulato cinismo.A volte anche
per decretare verdetti disumani. Paradosso delle parole: esse
possono dare morte. Ma non possono da essa liberarci.
Al massimo possono prestare conforto a chi
rimane. Ma io ora non trovo parole di questo genere. Perciò
chiedo perdono a Lisetta, a Gabriella, a Marina, a Bettina, a Anna,
a tutti coloro che ti portano nel sangue e nel cuore, e intorno ai
quali ci stringiamo, se non trovo parole per loro, diverse da
quelle che non trovo per me.
Giocavamo a chiamarci "fratello". Ma non era
poi un gioco.
C'eravamo conosciuti, frequentati e stimati un
secolo fa, all'Unità. E, da più di dieci anni, a
liberal dividevamo idee, sentimenti, progetti, stanze, divani,
caffè, portacenere. Sorrisi. Il tuo, sempre un po' beffardo.
Ci tenevi a mostrarti un po' più duro di quello che in
realtà eri. Forse perché la vita non sempre era stata
buona con te, nascondevi la tua bontà come fosse un difetto,
una debolezza da camuffare di fronte alla durezza delle relazioni
pubbliche. Fin da ragazzo avevi capito che nessuno regala niente a
nessuno.
Poi, un giorno hai deciso che tu non ci stavi.
Che volevi poter regalare qualcosa a qualcuno, se non altro a te
stesso. Così, liberamente, fuori da ogni costrizione
cartesiana, hai seppellito un passato ideologico che non voleva e
non sapeva passare e hai cominciato a scrivere, da solo, le pagine
della tua vita, ricusando quelle che altri volevano continuare a
impostare per te.
Al pari di altri della nostra generazione hai
avuto in sorte il destino dell'inattualità. Sei stato
realista, ieri, nel tempo delle ideologie. Ed eri idealista, oggi,
nell'era della mediocrità. L'orologio della storia non ha
mai battuto l'ora giusta. È successo in America, in Francia,
è successo anche qui da noi. Una parte di quella sinistra
che cercava la verità nella libertà non si è
rassegnata all'eterno ritorno di giaculatorie stantie, né si
è accontentata di lifting di comodo. Ha continuato a
cercare, come aveva suggerito Claudio Napoleoni. Anche se, la
ricerca rischiava di condurla lontano dalla casa del padre.
E per te,"figlio della patria", come scherzando
ti definivi, questa non era solo una metafora. L'amore per la
storia, il peso di doverti sempre misurare con essa, per te, messo
al mondo da Lisa e da Vittorio, era davvero un "affare di
famiglia". E induce a meditare sulla teleologia del destino umano
il fatto che tu li raggiunga nella morte soltanto pochi mesi
dopo.
Ma ci sei andato davvero oltre la casa del
padre. Con cristallina coerenza. Ed è stata questa continua
e appassionata aspirazione alla verità, condotta con
mitissima irriducibilità, ad aver unito storie come quelle
di Bill Kristol, di di André Glucksmann, di Alain
Finkelkraut, di Francois Furet, alle nostre storie, alla tua
storia.
In Italia, villaggio di disarmante
volgarità, il premio è stato l'anatema. L'ignoranza
trascolorava spesso in invettive sulle quali tante volte abbiamo
sorriso insieme: compatendo chi la gabbana l'aveva voltava davvero,
smettendo di credere ancora possibile un progetto universale di
libertà umana.
Ma hai vinto tu, Renzo. La storia ti ha dato
ragione.
Libertà dalla classe, libertà
dalla razza, libertà dallo Stato. Tu non hai mai smesso di
crederci. Con cristallina coerenza, appunto. Ci credevi quando eri
sotto le bombe americane a raccontare e difendere il Vietnam. Ci
credevi quando intervistavi Dubcek, dopo che la primavera aveva
ceduto il passo all'inverno. Ci credevi quando difendevi i diritti
umani sotto ogni cielo del mondo, dal Tibet al Darfur, dalla Cina
all'India, senza mai più farti inibire dal colore
dell'oppressore. Ci credevi quando sostenevi la libertà
dell'Iraq contro Saddam o quella della Cecenia contro Putin. CI
credevi quando difendevi Israele dalle mille e una notte di bugie
propalate dalla sinistra mondiale. Lo facevi non già e non
solo perché sentivi di appartenere alla grande famiglia
ebraica. Ma perché sapevi che se Platone era tuo amico,
ancora di più lo era la verità.
Ricordi, Renzo, quante volte abbiano cercato
insieme di decifrare le coordinate di un progetto universale di
libertà umana non più contaminato da utopie, non
più coperto da ideologie di contrabbando. E i nomi di Arthur
Koestler, di George Orwell, di Nicola Chiaromonte, di Raymond Aron,
di Hannah Arendt, di von Hayek e più da vicino quelli di
Havel, Geremek, di Michnik, del cardinale Zen, si sgranavano
davanti a noi come le perle di un rosario che, sia ad Est che ad
Ovest, aveva sempre saputo opporsi alla tentazione dell'uomo di
farsi Dio.
Un rosario di pensieri perennemente
"inattuali", un rosario di pensieri "irregolari". Così li
abbiamo chiamati.
E così eri anche tu. Un "irregolare".
Non uno sregolato per trasgressione, né un antagonista per
partito preso. No, un "irregolare": un uomo che ha tentato di
indicare alla "generazione dei passi per- duti"(quella che, dopo
aver beatificato e mortificato gli anni Sessanta del Novecento, si
è come pietrificata nella contemplazione di se stessa) una
nuova strada di libertà.
Memoria e revisione non sono vie alternative
della ricerca umana. Al contrario, sono bagagli complementari del
nostro viaggio terreno.
Per te la storia che, come una madre perduta,
andavi cercando su ogni bancarella, o dietro gli spigoli
dell'attualità, per te la storia non era in grado di
impartire alcuna lezione, se non vissuta come continua revisione di
se stessa.
Il revisionista è l'unico vero
cacciatore di tesori contemporanei. L'unico vero innovatore. Per
gli altri, infatti, il passato è solo passato, Non è
più presente.
E tu sapevi che, se la revisione spetta solo
agli storici, l'innovazione può essere agita solo dalla
politica. Perciò eri anche un animale politico.
Hai sognato anche tu che la sinistra potesse
andare oltre se stessa. Poi ti sei dovuto arrendere alle dure
repliche dell'insipienza e dell'arroganza. Hai sognato anche tu che
l'Italia potesse diventare una democrazia moderna con due veri
grandi partiti, mossi da una competizione leale figlia di valori
condivisi. E una volta capito che la sinistra era lontana anni luce
da questo traguardo; di più, lo ostacolava, hai sperato che
potesse la destra riuscire nell'impresa, rompendo un'egemonia
culturale ormai incistata nella conservazione.
Ma, anche in questo caso, una volta di
più, ti sei dovuto arrendere alle dure repliche
dell'insipienza e dell'arroganza. E hai certificato, con ficcante
amarezza, la disillusione di quello che hai voluto chiamare un
"decennio sprecato". L'ennesima occasione perduta di un Paese che
non riesce a diventare nazione.
Perciò, negli ultimi mesi, ti animava
ormai solo la disperata speranza di riuscire a spezzare un
bipolarismo falso e inquinato, corrotto e impotente. Ricominciando
da capo.
Da capo. Sapendo, però, sulla scorta di
Paul Valéry, che politica e libertà della mente
tendono ad escludersi perché politica significa "costruzione
di idoli".
E tu eri davvero stanco di idoli.
Non a caso, da tempo, la tua ricerca si era
allargata, aveva provato ad attraversare confini sconosciuti. Aveva
cercato, con laica spiritualità, di penetrare il mistero
della vita.
Ancora una volta con cristallina coerenza: se
in nome della li- bertà l'umanità ha potuto
commettere atroci delitti, ingannando milioni di persone, ti
chiedevi, ci deve pur essere da qualche parte un criterio obiettivo
(universale, appunto) per guadagnare una definizione più
autentica di libertà. Ci deve pur essere, insomma,
un'inoppugnabile "verità della libertà".
Perciò liberal era diventato casa tua: perché, in
fondo tutto era nato tra noi, proprio per cercare risposta a questa
domanda.
La centralità della persona nella
storia, la sua dignità, l'inviolabilità della sua
irripetibile singolarità, ti sono allora apparsi i concetti
giusti per trovare una chiave unitaria della libertà, nella
quale Socrate, Cristo, San Tommaso, Locke concorrevano a dar spazio
e misura a una "via umanista" opposta a una "via razionalista".
L'essere supremo è l'Uomo, non la Ragione. Perciò
è Filadelfia, non Parigi la stella polare della
modernità politica.
L'assolutismo della libertà contro il
relativismo del pensiero debole."Sono un uomo e nulla di ciò
che è umano mi è estraneo".A questo precetto hai
dedicato gli ultimi anni della tua vita. E non hai avuto paura di
contaminare Ebraismo e Cristianesimo, soprattutto quando hai visto
che un Papa figlio della Grande Europa di Mezzo era finalmente
riuscito a restituire alla Chiesa l'orizzonte del fondamento,
quello che riposa sui valori genetici dell'Occidente, superando
logore burocrazie e fredde realpolitik.
Ma perfino questa tua ricerca sulla religione
non è stata mai religiosa. Era delicata, a volte scanzonata,
come spesso eri tu, poco abituato a prenderti sul serio, sempre
deciso a non far pesare le tue scelte sugli altri.
Eri leggero come la tua scrittura e profondo
come la tua ansia. Hai sempre raccontato con sguardo onesto il
mondo che hai attraversato. A tua volta ti sei fatto attraversare
dalla realtà, curioso di ogni aspetto della vita umana.Delle
sue avventure come dei suoi tic. Autoironico fino alla spietatezza,
come pretende l'umorismo ebraico. Così oggi potresti dire
con Francois Mauriac: "La morte è l'unica delle mie
avventure che non commenterò".
Ciao Renzo, hai sofferto tanto. Ma hai
combattuto fino alla fine, come hai sempre fatto. E fino alla fine,
anche dal letto del dolore, hai continuato a pensare e a scrivere
per liberal, quel quotidiano che tanto avevi voluto, e al quale
oggi mancherai come un padre. Ora abbandonati alle
sponde di quel Trasimeno che, già in vita, ti dava
riposo.
Ti lasciamo. Restituendo a te, a tua figlia,
alla tua famiglia, all'opinione pubblica italiana, tra tanti dubbi,
una sola certezza. Hai vinto tu, Renzo. La storia ti ha dato
ragione. E noi assumiamo qui l'impegno di onorare la tua memoria,
di tramandare le tue memorie. Ciao Renzo, grazie
di averci voluto bene.
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