Cronache di liberal

La vita può essere capita

solamente all'indietro,

ma va vissuta in avanti

Soren Kierkegaard

Stelle, strisce e socialismo?

di Andrea Mancia [11 aprile 2009]

Soltanto il 53% dei cittadini americani preferisce il "capitalismo" al socialismo. Mentre quest'ultimo attrae il 20% della popolazione e il 27% si dichiara "indeciso"tra i due. È questo il clamoroso risultato di un sondaggio di Rasmussen Reports che da ieri sta provocando intense discussioni negli Stati Uniti. Appena tre mesi fa, sempre Rasmussen aveva chiesto agli americani di scegliere tra "libero mercato" ed "economia pianificata". E il risultato era stato molto più netto: 70% contro 15% (con il 15% di indecisi). È vero che la formulazione della domanda è diversa (nel primo sondaggio si parlava di "libero mercato", nel secondo di "capitalismo"), ma non c'è dubbio che desta particolare impressione la scoperta che, nella patria del free market, soltanto poco più della metà dei cittadini non ha dubbi nel scegliere il sistema capitalista rispetto alla sua storica controparte collettivista.

 

Leggendo i numeri disaggregati pubblicati da Rasmussen, si nota che nella fascia d'età tra i 18 e i 30 anni, il divario è ancora più ridotto: il 37% preferisce il capitalismo, il 33% il socialismo e il 30% è indeciso. Salendo con l'età, crescono le preferenze per il modello capitalista: dai 30 ai 40 anni il risultato è 49%-26%; sopra i 40 anni il socialismo preci pita al 13%. Ci sono differenze anche in base all'orientamento politico. I repubblicani scelgono il capitalismo con un rapporto di 11 a 1, mentre tra i democratici la differenza è molto più sottile (39% contro 30%).Tra chi si definisce "indipendente", il capitalismo vince con il 48% contro il 21%. Tra gli "investitori", infine, il rapporto a favore del capitalismo è di 5 a 1; molto maggiore rispetto al campione dei "non-investitori"( 40% contro 25%).

 

Comprensibilmente, i risultati del sondaggio di Rasmussen hanno provocato un dibattito molto energico negli Stati Uniti, soprattutto sui blog politici (anche associati a riviste e thinktank) che affollano Internet. I numeri, naturalmente, sono stati accolti con molto favore dal versante progressive della Rete, che li legge come una conferma del graduale spostamento verso sinistra del Paese negli ultimi anni. Steve Benen, su The Atlantic, cerca di trovare una spiegazione a questo "slittamento". «Forse - scrive - la grande fiducia della nazione nel capitalismo è stata semplicemente erosa dalla crisi economica. Il dato più importante è quello relativo al numero degli indecisi. Non è che agli americani piaccia il socialismo più che in passato. È il capitalismo che piace di meno».

 

Matthew Yglesias, fondatore di Think Progress, si concentra invece sul «cambiamento generazionale», affermando che ormai «il brand "socialismo" sta diventando vincente ». «L'idea stessa di mettere la società prima del capitale, o del denaro - scrive Yglesias - è una buona idea. Il problema è che gli Stati Uniti non hanno mai avuto un partito socialista organizzato, così il termine "socialismo" è stato soprattutto associato con l'esperienza dell'Unione Sovietica. Con i giovani al di sotto dei 30 anni, però, questo è solo un vecchio ricordo. E oggi che la destra si ostina a definire "socialista" Obama, che è molto popolare, forse la gente inizia ad avere una reazione positiva al concetto stesso».

 

John B. Judis, Su The New Republic, si spinge più in là: «Non credo che il sondaggio rappresenti un voto per il socialismo in stile sovietico. I conservatori hanno fatto del loro meglio per identificare il socialismo e la socialdemocrazia europea con il comunismo sovietico o cubano, ma questa identificazione non è sopravvissuta alla Guerra Fredda. Oggi, invece, quel 30% di giovani a cui piace il socialismo pensa ad un grado molto alto di controllo, governativo e pubblico, delle imprese e del mercato. Questo porterebbe gli Stati Uniti più vicini, per esempio, a Svezia, Francia e Germania, non certo a un tentativo di abolizione del mercato».A sinistra dominano le interpretazioni positive, insomma, anche se Nate Silver di Fivethirtyeight (un blogger diventato famoso durante l'ultima campagna elettorale per le sue previsioni sulle presidenziali) avvisa i suoi "correligionari": «Gli attivisti della sinistra rischiano di interpretare male i risultati e di riporre eccessiva fiducia nei propri mezzi. I progressive scopriranno che la loro retorica funziona meglio quando resta ancorata a un linguaggio di buonsenso, piuttosto che quando viene declinata in termini di "bene contro male"o di critica astratta del "sistema"».

 

Sulla riva destra del cyberspazio, intanto, le reazioni oscillano tra lo sbigottimento e il terrore. Su Hot Air chiedono un nuovo sondaggio «una volta che gli americani avranno ricevuto il conto per la Great Society 2», ma ammettono che - se la storia è di qualche insegnamento - «la reazione al New Deal non fu esattamente un'età dell'oro reaganiana ». TigerHawk nota invece una «correlazione quasi perfetta » tra chi preferisce il socialismo al capitalismo e chi «produce meno di quanto incamerano dallo stato». E gli unici che si sottraggono a questa regola sarebbero «gente che lavora a Hollywood, professori universitari e parlamentari». Sul blog neo-libertarian Qando (dall'esplicito sottotitolo Free Markets, Free People), notano che «più si cresce, più si capisce la superiorità del capitalismo sul socialismo. Gli under-30, con nessuna esperienza pratica al di fuori del mondo accademico, ancora non hanno abbandonato le loro fantasie utopistiche per entrare nella vita reale. E soprattutto non ricordano come il socialismo abbia funzionato bene in Unione Sovietica».

 

La conclusione di Donald Douglas su The American Power è durissima: «Il crescente sostegno per un welfare socialista di tipo europeo è uno spostamento verso la tirannia. Questa è la triste verità. Possiamo solo sperare che si tratti una fase di deviazione dalla normalità storica americana». Poi, magari, oltre a "sperare", sarà anche il caso di "fare" qualcosa per invertire la tendenza.  

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