La crisi del Pd è la vera fine del Pci
di
[06 marzo 2009]
La crisi del Pd segna la fine della storica anomalia italiana,
quella che dal 1945 all'anno scorso ha visto quel particolare
predominio della sinistra nella società che Gramsci
chiamò «egemonia».Tutto ciò che proviene
dalla storica trafila Pci-Pds-Ds sta scomparendo. Spariscono le
"regioni rosse". Ormai in città come Bologna e Firenze i
candidati a sindaco del Pd provengono dalle file dei Popolari.
Nel capoluogo emiliano è stato investito dal consenso
della base Flavio Del Bono, ex margheritino, e a Firenze è
toccato a Matteo Renzi, anche lui di area popolare. Ha costretto ad
arrivare secondo un altro ex esponente della Margherita che era
sponsorizzato da Veltroni: Lapo Pistelli. Il dalemiano di nobili
lombi ex comunisti, Michele Ventura, è arrivato nientemeno
che terzo. Ma c'è di più: tutte le primarie - tranne
qualche rara eccezione - quando si va a scegliere il "campione"che
sfiderà i centrodestra in primavera, i dalemiani e ormai
anche i veltroniani risultano sconfitti a vantaggio degli ex
democristiani o di personalità autonome, che non hanno mai
militato nel passato né nella Quercia né nella
Margherita. Dulcis - si fa per dir - in fundo il leader del partito
democratico è diventato Franceschini, anche lui ex Dc doc:
aiutò Casini nella campagna elettorale che lo portò
per la prima volta alla Camera. Insomma la tradizione Pci-Pds- Pd
che Berlusconi snocciola come uno sciogli lingua sembra essersi
liquefatta. Può sperare di conservare qualche postazione in
Umbria o poco altro.
Sia chiaro, se si dà vita ad un partito come il
Pd è fisiologico e persino giusto arrivare ad un superameno
di quel vecchio asse che ha prodotto negli ultimi 15 anni - fatta
eccezione per Prodi - la classe dirigente del centrosinistra. L'ha
prodotta a livello nazionale e ancor più a livello locale.
Ciò che risulta quanto meno strano è che, dopo aver
regnato per tanto tempo, il Pds- Ds ha prodotto il deserto: le sue
sorgenti si sono completamente seccate. Perché è
successo questo? Le ragioni sono molteplici. Ce n'è una, la
più importante che è di natura storica.
Quando si passò dl Pci al Pds, anzichè
fre i conti sino in fondo con il fatto di essere stati comunisti
per tanti anni, si preferì glissare.Veltroni addirittura lo
negò: io - disse - non sono stato mai comunista. Per quella
che allora era la giovane classe dirigente partorita dal Pci
soffermarsi sulla loro provenienza ideologica, metterla seriamente
in discussione, criticarla nelle sue fondamenta non era un atto di
onestà intellettuale e di chiarezza politica, ma un modo per
"farsi del male". E invece, il vero male fu proprio non misurarsi
con quel patrimonio terribile e grande. Non per rinverdirlo o
rifondarlo, come voleva qualcuno, ma per aver piena coscienza di
che cosa era stato e di come aveva condizionato tanta parte della
politica e della cultura, prima si seppellirlo. Doveva essere un
rifiuto basato su solidi e incontrovertibili giudizi storici che
condannavano il comunismo e non un accantonamento. Una parziale
rimozione per poi recuperare qua e là da quella tradizione
ciò che faceva comodo: un pezzo di Berlinguer, un pizzico di
Togliatti, una spolverata di Di Vittorio. E persino il volto di Che
Guevara che stava così bene sui manifesti. Il non aver fatto
i conti con l'ideologia da cui si proveniva, ha reso ancora
più difficile il dibattito sulla nuova cultura politica
intorno alla quale costruire la nuova forza politica. Si parlava di
partito socialdemocratico o di partito all'americana più
inseguendo delle mode che ben comprendendo la natura profondamente
diversa di queste due scelte.
In realtà non è stata fatta né
l'una né l'altra. E il nuovo soggetto politico ha oscillato
fra l'una e l'altra senza mai fare i conti sulle diverse concezioni
della società, delle alleanze, della politica che queste
evocano. È così che il nuovo partito è sempre
più diventato come il cavaliere inesistente di Calvino:
un'armatura vuota. Senza cultura politica, senza strategia, senza
identità. Un nulla. E dal nulla non nasce alcuna classe
dirigente. Infatti dopo D'Alema, i Fassino, i Veltroni, i Bersani,
non c'è proprio niente. Così un grande filone storico
politico è stato desertificato solo perché non ha
saputo autocriticarsi con serietà. Così è
finita l'egemonia costruita da Togliatti e modernizzata da
Berlinguer.
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