Cronache di liberal

La vita può essere capita

solamente all'indietro,

ma va vissuta in avanti

Soren Kierkegaard

Gotti Tedeschi: «Ma io finora il libero mercato non l'ho visto»

di Francesco Pacifico [06 febbraio 2009]

La premessa da sola basta a rimodulare tutto il dibattito sul fallimento del libero mercato e sul revanchismo protezionista portato dalla crisi congiunturale. «Io il liberalismo non l'ho mai visto attuare ». In questa fase Ettore Gotti Tedeschi, banchiere e docente di etica della finanza all'università Cattolica di Milano, «liberista e non liberale», non ha di che di disperarsi. E infatti preferisce spostare lo sguardo dalle grandi economie a quelle emergenti, «sulle quali si vuole scaricare la crisi. Perché di libero mercato si è sempre parlato molto, ma si è fatto veramente poco. Persino negli Stati uniti, in fin dei conti uno Stato statalista più di quello che si possa pensare».


Rispetto alla campagna elettorale, Obama si sta scoprendo protezionista?

 

A parole sì, anche se non abbiamo visto niente di concreto da parte della nuova amministrazione. Il problema è proprio questo: eccetto la proposta di stanziare 837 milioni di dollari, di indirizzi veri ancora non c'è traccia.

 

C'è stato però il pacchetto di aiuti all'auto.

 

Vero, ma non è stata lanciata una politica che dice comprate macchine americane e chiudiamo le frontiere. Si è detto soltanto: aiutiamo l'aiuto. Il problema è che non sì è ancora capito a chi darli e come.

 

Prima delle elezioni si dava per scontato un'intesa tra gli Usa di Obama e la Cina.

 

Non so cosa sia successo. Ma se quest'accordo non è più fattibile, non escluderei l'intervento di alcune lobbies. Forse l'intesa prevedeva scambi che penalizzavano determinati fronti. E mi pare evidente che qualcuno abbia prote stato. Ma ripeto, la mia è mia deduzione.

 

A Davos, Brown ha chiesto di riprendere le discussioni sul Doha Round.

 

Ho il dubbio che d'ora in poi il commercio internazionale sarà scandito da intese bilaterali, più che da un accordo in seno al Wto. E la cosa può soltanto dare la stura a nuovi protezionismi. Ma l'organizzazione mondiale del commercio ha mai funzionato?

 

È facile immaginare quello che pensa.

 

La congiuntura metterà in discussione tutta la governance di queste strutture, che non hanno mai saputo dare risposte. Iniziando dagli Stati Uniti, dove albergano questi organismi internazionali, che, essendo centri di potere, lobbies, hanno creato la crisi.


C'è il timore che gli Usa guardino soltanto alla domanda interna, che si chiudano per risanarsi.

 

E sarebbero guai per il mondo, non soltanto per l'Europa. Ma si illudono gli americani se pensano di rifarsi alle politiche di Roosevelt. Di risolvere la situazione con forme di dirigismo economico, svalutando il dollaro e imponendo i livelli produttivi per evitare licenziamenti e disinvestimenti. Perché Roosevelt fallì.

 

Un parallelo pericoloso.

 

L'allora presidente poteva provarci, perché l'economia globale era scandita dai rapporti tra Stati Uniti e Europa. E infatti i guai peggiori si riversarono sul Vecchio Continente. Ma a risolvere la situazione non fu Roosevelt, quanto - e purtroppo - la guerra, con i suoi investimenti bellici e i suoi piani d'indebitamento. Se proprio dobbiamo guardare al passato, partiamo dall'indebitamento.

 

Qual è la sua proposta?

 

Quella che ripeto da mesi e che ho lanciato dall'Osservatore romano: anziché affidarsi al protezionismo, sarebbe più utile realizzare un grande piano Marshall contro la povertà.

 

Sintetizzando, un piano per la ricostruzione?

 

Per uscire dalla crisi si deve coinvolgere nel processo di domanda e di sostegno alla capacità produttiva quel miliardo e mezzo di persone che è stato escluso dalla globalizzazione. La strada potrebbe essere lanciare un prestito obbligazionario da fare sottoscrivere a quei Paesi come la Cina che hanno sia la liquidità sia un alto livello produttivo.

 

Prima, però, il mondo si aspetta una depurazione da tutti i titoli tossici ancora in circolazione.

 

Ma soltanto così si creerebbe quella good bank necessaria per dare copertura alla bad bank. Questa garantirà anche di congelare le situazioni più scabrose, ma soltanto un prestito obbligazionario può essere quello strumento per portare verso il benessere tutti quei Paesi, che ne sono stati esclusi.

 

Invece ognuno guarda al proprio cortile.

 

Il protezionismo non avrebbe effetti drammatici soltanto per l'Europa: metterebbe a rischio lo sviluppo dei Paesi asiatici, che sono ancora immaturi nel gestire il mercato. Invece di sfruttare le potenzialità monetarie e produttive degli "emergenti", si vuole scaricare su di loro la crisi.

 

Risultato?


Se il Pil crescerà nel 2009 dello 0,5 per cento nonostante l'arretramento di Usa e della Ue, è perché continuano a muoversi le economie della Cina, dell'India, dell'America Latina o dell'Europa dell'Est in termini di produzione come di domanda. Ci conviene?

 

Intanto nella mercatista Gran Bretagna i sindacati chiedono di cacciare i lavoratori italiani...

 

Non ho riflettuto abbastanza sulla vicenda della commessa alla Irm da parte della Total per dare un giudizio. Non so però a livello europeo quante siano le compagnie che vincono aste all'estero e si trasferiscono in lo co con le loro maestranze. Mi ha abbastanza meravigliato vedere che quest'impresa non abbia assunto nessuno sul posto.

 

Quindi, la vicenda non è un paradigma del Regno Unito stritolato dalla crisi?

 

Siccome nelle aste vince il migliore, dico soltanto che guarderei prima a un altro aspetto: il costo del lavoro. E gli stipendi italiani costano meno rispetto a quelli inglesi.

 

La sua soluzione?

 

Se il problema è assumere mano d'opera locale, allora si può garantire che una parte sia presa nel posto dove si è vinta la commessa.

 

Mentre nel mondo aumenta il virus protezionista, l'Italia non sembra da meno e rilancia le rottamazioni per salvare ancora una volta la Fiat.

 

Preferisco essere un po' caustico: il difficile non è non darglieli i soldi, ma toglierli.  

 

Marchionne respingerebbe quest'assunto.

 

Fino al 2000 la Fiat ha vissuto in un mercato protetto. L'industria dell'auto era quella che trainava il Paese. Diceva Enrico Cuccia che «era privata quando guadagnava e pubblica quando perdeva». Ci sono decenni di connivenza tra lo Stato e Torino.

 

Le sembra una giustificazione adeguata per sovvenzionare per l'ennesima volta il Lingotto?

 

Certamente no. Resta il fatto che l'automotive è ancora un settore determinante per la crescita economica italiana. Prioritario, quindi, è decidere con che cosa lo si sostituisce.

 

Resta il fatto che oggi in Italia c'è massimo consenso sulle rottamazioni e non sulle privatizzazioni.

 

Permettetemi di affidarmi all'ironia: ma che cosa mai è stato privatizzato in Italia.

 

Il governo dice l'Alitalia.

 

Personalmente, non l'ho ancora vista privatizzata...

 

Ci sarebbero anche le liberalizzazioni.

 

Ma è ormai è troppo tardi. Mi si dica quale impresa dei servizi è pronta alla concorrenza. Eppoi chi se le prende? Poche storie, stiamo parlando dell'Italia.

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