Cronache di liberal

Potevano scegliere fra il disonore

e la guerra. Hanno scelto

il disonore, e avranno la guerra

Winston Churchill

Fine di un partito mai nato

di [18 febbraio 2009]

Il problema è il Pd, non Walter Veltroni. Quella di ieri è la fine di un partito mai nato. Perché se si trattasse solo di uomini e non di forze politiche, allora basterebbe, o sarebbe comunque prioritario, liberarsi di Renato Soru, il governatore della Sardegna che non ha esitato a provocare le elezioni con disinvoltura, per sistemare i problemi interni alla sua coalizione. In realtà il Pd è nato senza segnare una vera discontinuità con Quercia e Margherita. Veltroni col suo discorso del Lingotto aveva promesso questo cambiamento, ma i contenuti sono sempre rimasti identici a quelli portati avanti dai due aggregati politici che avevano dato vita al partito democratico.

 

Nulla di nuovo sotto il cielo, dunque. Come se non bastasse l'incapacità a rinnovarsi davvero, il Pd nasceva con un grande ritardo: doveva sbocciare probabilmente subito dopo lo scioglimento del Pci e l'ultimo tempo utile, comunque, fu quello del primo governo Prodi. Un quindicennio ha separato il momento in cui si avvertì la necessità di quella svolta dalla fondazione del nuovo partito. Insomma, la forza politica che avrebbe dovuto e forse anche potuto cambiare il corso della Seconda (o Terza?) Repubblica è spuntata all'orizzonte male e tardi. Sono queste le due ragioni strategiche del fallimento. E queste difficilmente possono essere scaricate sulle sole spalle di Walter Veltroni. Anzi, occorre dire che lui è il solo ad aver fatto qualcosa per anticipare i tempi e mutare almeno l'immagine.

 

Ci sono poi altre due spiegazioni di natura più tattica del fallimento del Pd. E questi sono i veri errori da addossare quasi esclusivamente al leader che ieri si è dimesso. La prima ragione va ricercata nel modo e nei contenuti del dialogo con Silvio Berlusconi che pure era giusto e utile. Anziché affrontare i grandi temi del futuro della Repubblica, Veltroni si è acconciato a difendere un'architettura di potere piccola e persino meschina. Ha costruito col cavaliere un bipartitismo forzato allo scopo di far restare sulla scena due soli leader politici: Berlusconi e Veltroni.

 

La seconda ragione è che, se era e resta giusta la rottura con la sinistra radicale, è incomprensibile l'alleanza con Di Pietro. Con l'uomo che rappresenta tutte le mitologie della Seconda Repubblica. Non bastava non essere stati in grado di liberasi di molte delle mitologie della Prima, si decideva in aggiunta di imbarcare anche la peggiore della Seconda. Il Pd crolla sotto tutti questi colpi. Ieri i nodi sono venuti al pettine, la causa contingente è stata la sconfitta in Sardegna. Veltroni non è certo l'unico colpevole di ciò che è accaduto nell'arco di 15 anni, ma non poteva non trarre le conseguenze del fallimento totale del partito democratico, di cui è stato il leader per soli 17 mesi.

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