Cronache di liberal

Potevano scegliere fra il disonore

e la guerra. Hanno scelto

il disonore, e avranno la guerra

Winston Churchill

Lettera aperta a Silvio Berlusconi

di [14 febbraio 2009]

Caro presidente Berlusconi, mi rivolgo a lei con questa lettera aperta per una ragione sola: le questioni che voglio sottoporre alla sua attenzione hanno bisogno di un discorso molto diretto. Ho visto che lei ieri ha già replicato sempre in modo molto diretto a problemi elencati da un altro giornale, penso naturalmente a Libero e alla penna di Vittorio Feltri, negando l'esistenza di quei problemi, che posso sintetizzare nella sua «solitudine» all'interno della sua coalizione.

 

«Solitudine» rispetto al suo maggiore alleato, come si può considerare Umberto Bossi, e «solitudine» anche rispetto a Gianfranco Fini, con il quale avrebbe dovuto costruire il nuovo partito del Popolo delle libertà che, invece, «non ha sortito alcun beneficio sotto il profilo della concordia» interna. Lei ha replicato naturalmente negando l'esistenza di questi problemi e c'era ovviamente da aspettarselo; lei non poteva fare altro in questo momento che difendere l'azione del suo governo. Ma io da lei mi aspetto anche altro. Ad esempio che prima o poi inizi una riflessione - sì, una riflessione politica - su cosa significhi non tanto la sua «solitudine», argomento su cui si può dire qualunque cosa, negandola o no, quanto la stanchezza e la disunione che stanno diventando atteggiamenti molto diffusi in questo paese. Una disunione da arginare al più presto anche reintroducendo nel nostro dizionario - se mi permette - la formula dell'unità nazionale.

Le condizioni ci sono. Ieri lei non si è limitato a negare la sua «solitudine» , ma si è anche detto «preoccupato» per l'annunco dell'Istat secondo cui il calo previsto del Pil è superiore a quanto non si fosse finora pensato. Dicendosi «preoccupato» è entrato a far parte di quell'ampia fetta di italiani - credo tutti - per i quali la crisi iniziata negli Stati Uniti ha ancora contorni indecifrabili e una dimensione non misurabile. In altre parole si è calato nell'umore, non certo roseo, di tutti noi, è tornato a ragionare come tutti noi, dopo averci invitato, un po' dissennatamente, per settimane e mesi all'ottimismo ed a spendere i soldi che avevamo in tasca. Possiamo vedere in lei di nuovo un italiano come tutti gli altri, pur sapendo però che non lo è. Pur sapendo che è il presidente del Consiglio, che guida un governo, che ha grosse responsabilità sul capo e che dalle sue decisioni dipendono i destini dell'Italia e la soluzione dei suoi problemi. Già perché se è ancora difficile comprendere la dimensione della crisi economica che ci si è abbattuta addosso, non è certamente più facile capire cosa fare per cercare di uscirne. Soprattutto in questa fase - sottolineo il termine - di disunione.

Cosa intendo per disunione? Lo spiego in poche parole, perché è il contrario di quanto lei ha fatto ripetutamente per unire il Paese. Ad esempio nel 1994, quando scese in politica, non riunì dietro di se solo coloro che non volevano vivere in una Repubblica giustizialista, ma riuscì anche a combinare gli interessi del Nord, rappresentati dalla Lega, con quelli del Sud, per di più costituzionalizzando il vecchio Msi ed inserendo An a pieno titolo nella vita politica nazionale. Quasi lo stesso accadde nel 2001, quando l'alleanza della Casa delle libertà si presentò all'opinione pubblica come una grande promessa di trasformazione e di riforme, anche se poi solo in minima parte mantenuta: il successo elettorale fu il risultato del desiderio di una buona maggioranza di persone di stare insieme, appunto, sotto il tetto di una stessa casa, combinando i propri differenti interessi e le proprie differenti aspirazioni.

 

Lei è riuscito il più delle volte a unire, non a dividere come cercano di far intendere i suoi nemici giurati. E il suo governo è stato efficace proprio quando era unito, quando lei compiva ogni sforzo per unirlo, per raccogliere forze, per «includere» e non per «escludere». Lei è riuscito a «fare» quando ha compattato la sua alleanza, quando ha ascoltato anche opinioni diverse dalle sue, mentre i suoi insuccessi nascono dalle divisioni che lei non è riuscito a sanare. Infine, forse lo ha dimenticato (o non ama ricordare l'episodio), ma nel 2006 fu proprio lei a proporre un governo di unità nazionale a Romano Prodi che vaveva vinto le elezioni per una manciata di voti. Aveva capito che si stava aprendo in Italia una crisi profonda - ciò che sta ulteriormente appesantendo gli impatti della crisi globale - e che la soluzione stava nell'unione e non nella divisione che poi il centrosinstra ha scelto, provocando un disastro.     

Caro presidente Berlusconi, ieri mentre lei si diceva «preoccupato» Roma era attraversata da cortei di protesta della Cgil, in occasione di uno sciopero generale che ha ulteriormente diviso i sindacati, ma che forse ha anche qualche ragione, non solo «politica» in una sinistra che non resce a trovare un ruolo e uno spazio. Si può certo far finta di niente, ma non può sembrare normale il fatto che l'opposizione del Pd e dell'IdV contestino il governo «che fa poco», mentre il governo e il presidente del Consiglio da parte loro cercano risorse da distribuire (e in parte le trovano) pur avvertendo che le vere misure contro la crisi globale sono ancora da individuare. Il tutto naturalmente presentato in modo altamente polemico e conflittuale.

 

Si possono anche non ascoltare le grida, spesso molto propagandistiche, del Pd e dell'IdV, ma quel che lei non può fare è di pensare di poter andare avanti in questo modo. Sì, proprio da solo. È davvero capace il governo che lei guida di misurarsi con la crisi globale? Il Pdl è un strumento utile? Non c'è anche un'opposizione centrista con le sue proposte e le sue idee? Alla rottura fra i sindacati è davvero iniziato un fruttuoso dialogo con Cisl e Uil? Non c'è sullo sfondo lo scenario di un necessario patto di unità nazionale, un necessario governo di unità nazionale, in modo che tutti possano contribuire all'uscita dal tunnell? Forse è il caso di cominciare a rispondere a queste domande che non riguardano la piccola tattica politica o percorsi brevi, ma prospettive un po' più lunghe, che non toccano solo i rapporti politici ma propongono il grande tema di una riconquistata unità da contrapporre alla disunione di cui si sta soffrendo.

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