Volevano Obama, ecco Scalfaro
di
[13 febbraio 2009]
Ieri sera, con la manifestazione romana del Pd affidata
all'unica voce dell'ex presidente Oscar Luigi Scalfaro, è
calato il siparo su una fase della breve storia dell'ultimo
tentativo - finora infruttuoso - di innovare qualcosa nella
sinistra italiana. Sembra di essere tornati indietro di almeno
quindici anni, all'inizio di questo malsano bipolarismo, quando
alla prima vittoria elettorale del centrodestra si ritenne di dare
una risposta afficace nel nome dell'anniversario della Resistenza,
promuovendo una mega-manifestazione nel centro di Milano. Da allora
non è mai migliorata, né nel 2001 quando apparve
compiutamente il suo vuoto riformista e si rifugiò nei
girotondi, né nel 2006 quando non è stata capace di
governare. E ache oggi il problema delle sinistre presenti in
Parlamento - Veltroni, Di Pietro, Bonino eccetera eccetera -
è di non essere capaci di sostenere grandi riforme culturali
e sociali ed impegnarsi in grandi sfide morali.
Ma c'è ancora dell'altro. Ieri mattina il presidente del
Consiglio Silvio Berlusconi, che ha avuto certamente la
responsabilità di aprire un conflitto istituzionale di cui
non si sentiva il bisogno, ha avuto gioco facile nel replicare alla
mobilitazione dei tutori della Costituzione, ricordando che proprio
il centrosinistra alla vigilia del voto del 2001 non ebbe grandi
scrupoli non solo nel modificare la Carta (la contestata riforma
del Titolo V) ma neanche nel farlo con una manciata di voti di
maggioranza. Non stiamo parlando del 1948, di cui Oscar Luigi
Scalfaro è uno dei pochi superstititi, stiamo parlando di
otto anni fa. Sarebbe bello potere contare il numero dei
parlamentari che non hanno avuto particolari problemi nel
modificare la Costituzione e che poi hanno partecipato a iniziative
di salotti e di piazza per impartire agli avversari lezioni morali
dall'alto di non si sa quale scranno.
Ma non basta ancora. Ieri un giornale la cui testata - detto per
inciso - mi è cara se non altro per avere trascorso nella
sua redazione una parte della mia vita, benché poi le strade
si siano separate, parlo dell'Unità, ha titolato a tutta
pagina: «La Costituzione siamo noi», con le lettere
schiacciate sul disegno del Quarto Stato. Ha cioè
semplicemente escluso dalla «casa di tutti» coloro che
non hanno votato per il Partito democratico o per l'Italia dei
valori o più semplicemente per il Pd, che è il
partito di riferimento di quel giornale o ancora più
semplicemente coloro che ieri non si sono preoccupati di
partecipare alla manifestazione a cui ha parlato Scalfaro.
Un'esclusione morale, naturalmente, nulla di più.
Ma non è un bel segnale e il direttore dell'Unità,
Concita De Gregorio, farebbe bene a rifletterci un po', se non
altro il giorno dopo. Nella lunga storia della Repubblica non
è mai successo alla sinistra, soprattutto alla sinistra di
opposizione, di rinchiudersi in questo modo su una torre eburnea
per lanciare lezioni morali così
«escludenti».
Al contrario, i tentativi furono sempre quelli di
«includere». Se c'è stata una forza così
consistente del Pci, del Psi pre-craxiano e della sinistra dc,
alcune delle cui culture continuano ad impregnare il Pd, bene
questa forza nasceva dallo sforzo di coinvolgimento del popolo
nella costruzione della democrazia italiana. La scuola dei
«padri della Carta del 1948» era
«inclusiva», non «escludente»; la sinistra
formatasi nel bipolarismo è invece il contrario,
perdipiù con il risultato autolesionista di fornire
argomenti al proprio principale avversario.
Veltroni avrebbe fatto bene ad annullare la manifestazione di ieri
sera, per evitare questo rischio - brutto e reale - di tendere
ulteriormente la crisi politica. Ce n'erano tutte le condizioni. In
fondo Silvio Berlusconi, pur essendosi mosso con la sua consueta
capacità di manovra, era uscito isolato dalla prova di forza
ingaggiata con il colle. A sostenenrlo fino in fondo erano rimasti
solo i sostenitori del Pdl, il che certamente non è poco, ma
non è neanche molto, se prima Gianfranco Fini e poi lo
stesso Umberto Bossi erano scesi in campo a difesa del Quirinale e
del suo inquilino. È vero che fra i difensori del presidente
del Consiglio c'erano molti dei sostenitori del Pdl provenienti
dalle file di Alleanza Nazionale. Ma questa non è una
novità per chi segue con attenzione l'evoluzione del
centro-destra dal discorso del predellino di Pazza San Babila in
poi. E soprattutto - se la posta in gioco è il controllo
della nascente creatura politica, come è stato fatto ieri
notare - non credo che sarebbe stato un bene per nessuno condurre
una battaglia di principio con tanti dislivelli: grandi questioni
morali da una parte e piccole e contingenti manovre dall'altra.
Dunque Berlusconi aveva perso e il leader del Pd avrebbe avuto
tutte le possibilità di rinviare la manifestazione di ieri
sera, oltretutto presentanto questa sua decisione con un argomento
molto forte: essere lui a voler ricucire il patto costituzionale,
offrendo alla maggioranza una sorta di tregua morale in una fase di
aspro conflitto da cui la sinistra sta uscendo quotidianamente
perdente. Sarebbe stata una carta forte e vincente. Non l'ha
giocata. Perché?
Non è questa la sede per entrare nei difficili e complicati
giochi interni che stanno travagliando la vita del Pd, in attesa
delle elezioni europee. E sopratutto non credo di essere
sufficientemente competente in materia per esprimere un'opinione,
se non quella banale e scontata delle difficoltà in cui si
muove Veltroni che a me, finora, sembra essere stato bersagliato
soprattutto per le cose buone che ha fatto, per le innovazioni che
ha introdotto e non per gli «errori umani» che ha
commesso. Quel che che però, da questo momento, è
molto visible è un altro dato: non rinunciando alla
manifestazione di ieri il ledare democratico non ha compiuto un
«errore umano», bensì un «errore
capitale», ha ricollocato la sinistra italiana lungo l
vecchio percorso di quindici, di diciotto o anche di semplici tre
anni fa. Ha scoperchiato di nuovo il calderone in cui ribollono
mitologie consunte e pericolose. Le note. Le peggiori.
Quelle secondo cui non c'è l'avversario, ma il nemico.
Quelle per cui chi non la pensa come te va semplicemente
«escluso», perché non merita nemmeno un
tentativo di «inclusione». Quelle per le quali tu sei
comunque «il meglio» e tutto il resto è
«il peggio», tu sei «la democrazia» e
l'altro è «l'anti-democrazia». E così
via. L'errore del Pd è stato questo, con l'aggravante della
voce unica di Oscar Luigi Scalfaro che nell'esercizio delle sue
funzioni presidenziali non è stato certo un esempio di
imparzialità. È un errore che poteva essere evitato.
Con molti benefici. Veltroni avrebbe conservato una linea in
qualche modo aperta all'innovazione. Berlusconi non avrebbe avuto
il dono di poter usare forti argomenti contro un centrosinistra
così ambiguo. Il clima italiano si sarebbe almeno un po'
rasserenato. Invece sono stati compiuti tre passi indietro.
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