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Il negazionismo descritto da Koestler

di [29 gennaio 2009]

Quando si parla di negazionismo di fronte alla Shoah bisogna andarsi a rileggere alcune pagine inaspettate dello Yogi e il Commissario, una raccolta di saggi di Arthur Koestler. Sono pagine in cui si parla dell'atteggiamento degli uomini davanti alla guerra: non tanto di trincee e  incursioni, quanto piuttosto di coloro che dovevano capirne le ragioni generali, leggerne il filo, spiegarne lo svolgimento.

Chi ha vissuto o anche solo visto un moderno conflitto militare da vicino sa che esistono più livelli. Uno, il più raccontato, è quello del fragore. Cioè delle distruzioni e del sangue, dello scontro essere umano contro essere umano o macchina contro macchina. Un altro, il più indagato, è quello della discrezione. Cioè della strategia, della politica, delle alleanze, delle grandi e delle piccole mosse, dei tradimenti e dei compromessi. C'è poi il livello che potremmo definire dell'individualità, del rapporto tra l'individuo e la realtà: riguarda le risposte che ciascuno dà ad alcune domande. Perché si combatte? Cosa si difende? Dove si vuole arrivare? Che immagine si ha del nemico? Cosa è la conoscenza della guerra? C'è o non c'è un limite all'idea dell'orrore? Se Primo Levi quando raccontò se stesso nel Lager, Hannah Arendt quando fece la cronaca del processo contro Adolf Eichmann, e Aleksandr Solzenicyn quando descrisse la sua avventura nel Gulag, ci hanno lasciato dei veri e propri manuali, in Koestler c'è la premessa. Una premessa - qui sta la grande sorpresa delle sue pagine - che arriva intatta nel pieno dell'attualità che stiamo vivendo, nel pieno della nostra storia più recente, cioè l'ultimo decennio, tanto segnato da tragedie che il mondo ha fatto fatica a capire nel momento in cui si consumavano, ma della cui dimensione ha preso conoscenza quasi subito. E anche nel pieno - se è consentito un riferimento che può apparire di routine - dei problemi così come ci si sono posti all'indomani dell'11 settembre. Cominciamo da uno di questi saggi di Koestler. È quello centrato sul rifiuto di accettare la dimensione dell'orrore. Era stato scritto nel 1944, quando già si sapeva tutto quello che accadeva nell'Europa occupata (anche se con il passar del tempo abbiamo assistito e continuiamo ad assistere a estenuanti discussioni, sempre più accanite, ora sulla consapevolezza di Roosevelt, ora su quella di papa Pacelli e così via, fino all'insopportabile atteggiamento del vescovo lefebvriano Richard Williamson). Il titolo era esplicito: Le atrocità non credute.

Il testo lo era ancora di più. Koestler vi si dichiarava pubblicamente pazzo per la sola ragione di voler cercare di raccontare - sì, in quell'anno - che tre milioni di ebrei erano stati già uccisi nelle camere a gas, fucilati o sepolti vivi, che era in atto quella che definiva «la più gigantesca esecuzione di massa che la storia ricordi», un'esecuzione che «va avanti ogni giorno, ogni ora, regolare come il battito del vostro orologio». In altre parole, si sapeva, ma non lo si accettava. Raccontava poi di scrivere tenendo sul tavolo alcune fotografie, spiegava che c'era chi era morto per averle fatte uscire clandestinamente dalla Polonia, perché pensava che ne valesse la pena. Aggiungeva che i fatti erano ormai noti grazie a pamphlet, libri bianchi, giornali e riviste. Ma ecco che alla verità dei fatti si contrapponeva un'altra verità, quella del rifiuto: «E poi, l'altro giorno, incontro uno dei più noti giornalisti americani. Mi racconta che, secondo un recente sondaggio d'opinione, 9 americani su 10, quando si chiede loro se credono alle atrocità naziste, rispondono che si tratta solo di bugie della propaganda, di cui non credono una sola parola. Tengo già da tre anni conferenze ai soldati, qui in Inghilterra, e il loro atteggiamento è identico».

Sessant'anni fa? O ieri? O oggi? Ai campi di concentramento di allora, agli ostaggi fucilati, alle fosse comuni, a Lidice, a Treblinka o a Belsen - questi erano gli esempi citati - potremmo ora aggiungere un altro elenco infinito. Incredulità per istinto di sopravvivenza. Sotto questa voce potremmo, ad esempio, considerare il distacco con cui abbiamo seguito il genocidio in Ruanda, rifiutando perfino la verità delle immagini televisive che nel 1941 non c'erano. Incredulità per una più banale fuga dall'orrore. Sotto quest'altra voce potremmo inserire gli occhi che socchiudevamo quando derubricavamo l'assedio di Sarajevo nella categoria dell'ordinario disordine balcanico. Incredulità nel nome di un'ideologia. Cos'altro era la prepotenza con cui i milioni di morti provocati dalla rivoluzione culturale cinese venivano accantonati dietro al mito dell'uguaglianza? Incredulità magari per non rimettere in discussione se stessi, le proprie convinzioni, le proprie scelte e, sì, il proprio impegno politico. Come negli anni dell'autogenocidio cambogiano che si consumava in un silenzio che riusciva a soffocare tante voci e tanti testimoni. Incredulità per un malinteso senso di colpa. In fondo con questa lettura viene spiegata e in molti casi ancora giustificata la lenta e progressiva escalation del fondamentalismo islamista, dal terrorismo palestinese ai fiumi di sangue versati dagli integralisti algerini, fino ai talebani e ai loro simili. Possono essere ancora tante le varianti dell'incredulità, a cominciare dal quieto vivere. Ma ci si può fermare qui. Si corre il rischio di diventare prolissi. Restano comunque una domanda e una constatazione. La domanda è questa: quanto ha pesato l'incredulità nella storia di cui stiamo parlando e di cui Lo Yogi e il commissario è il punto d'inizio? Quanto ha condizionato il corso della guerra e quanto quello, molto più lungo, del dopo-guerra? E poi perché non ci siamo accorti della sua presenza o, se ce ne siamo accorti, nel peggiore dei casi abbiamo fatto finta di niente e nel migliore non siamo riusciti a scalfirla? Non credo che ci siano delle risposte. La constatazione è questa: se l'incredulità è stata una delle parole-chiave del secondo conflitto mondiale e se accettiamo l'idea che poi lo è stata anche nei decenni successivi, è difficile sfuggire alla conclusione a cui giungeva Koestler, poche parole su questo «grande vizio culturale della modernità» che coinvolge generazione dopo generazione: «Spesso è ciò che rende disonesto anche chi pretende di non esserlo».

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