Cronache di liberal

A Berlusconi e Frattini non importa niente?

di [23 gennaio 2009]

Quello di Anastasia Baburova è l'ultimo nome di un lungo elenco di giornalisti uccisi nell'era di Vladimir Putin. Scriveva sulla Novaja Gazeta, il giornale di Anna Politkovskaja. Quello dell'avvocato Stanislav Markelov è, a sua volta, l'ultimo nome di un altro lungo elenco, quello delle personalità eliminate perché impegnate nella difesa dei diritti dell'uomo, in vicende legate in gran parte alla tragedia cecena e alla resa dei conti in cui è impegnato l'ultimo «uomo forte» di Grozny, Ramzan Kadyrov. Si tratta di due nomi - quelli della Barburova e di Markelov - che ci ripropongono in termini drammatici la «questione russa», che ci pongono inquietanti domande su come convivere con una mancata democrazia e su cosa fare per riuscire a bloccare questa deriva in un grande paese che, se non è ancora completamente all'interno dei confini dell'Europa, condiziona per le sue risorse, la sua collocazione e la sua potenza il presente e il futuro del continente.

 

Se la domanda è il che fare, c'è intanto una prima risposta. La stabilità e il miglioramento dei rapporti con Mosca sono, come si sa, una delle preoccupazioni del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, al punto da essere stata indicata, da Palazzo Chigi, come una priorità al neo presidente americano Barak Obama. Ecco, allora perché non vincolare questa stabilità e questo miglioramento dei rapporti - che è effettivamente necessario - alla richiesta di un'azione più incisiva, direi ad una volontà politica, per cancellare l'impunità praticamente concessa a chi uccide giornalisti che criticano il potere e difensori dei diritti dell'uomo? In certi casi, nei rapporti internazionali, bastano davvero poche parole per ottenere importanti risultati. E se il presidente del Consiglio considera davvero «l'uomo forte di Mosca» un grande amico, non dovrebbe avere grandi difficoltà ad essere ascoltato. Almeno un po'. Almeno quanto basterebbe per resistituire un po' d'immagine ad un paese che si sta presentando al mondo non come una «grande potenza» in grado di svolgere un ruolo positivo, bensì come la terra, la metropoli devastata, dove si perpetuano nel XXI secolo i fantasmi dei demoni e del nichilismo.

 

C'è bisogno di alzare un po' la voce. Finora, dal 1991, dalla fine dell'Unione Sovietica e dall'inizio della lunga transizione gestita prima da Boris Eltsin e ora da Vladimir Putin, verso la Russia non è mai stata alzata la voce, soprattutto qui in Europa dove è forte una tradizione geo-politica improntata ai buoni rapporti ed alla ricerca sempre e comunque dell'intesa, anche al prezzo del rispetto dei diritti individuali e collettivi. Tutto ciò è stato particolarmentre visibile durante l'infinita stagione della distruzione della Cecenia, quando il vecchio continente ha preventivamente rinunciato a svolgere un ruolo attivo per arginare i massacri e le devastazioni. Ma tutto ciò continua ad essere particolarmente visibile anche ora, una volta conclusosi il conflitto nel Caucaso con la terra bruciata, ora che bersaglio dei nemici della democrazia sono i giornalisti e i difensori dei diritti dell'uomo.

 

Dunque, chiediamo - lo chiediamo, come giornale, come liberal - al presidente del Consiglio Berlusconi e al ministro degli Esteri Franco Frattini di alzare un po' la voce. Lo chiediamo agli organismi istituzionali che in Parlamento hanno il compito di monitorare il rispetto dei diritti dell'uomo nel mondo, a cominciare dalle terre più vicine, e fra queste la Russia. Ma rivolgiamo la stessa richiesta a tutti coloro che, come noi, nelle nostre redazioni, confezionando i nostri giornali, ci preoccupiamo di coloro che rischiano la vita per comporre un titolo o scrivere un articolo di critica ai poteri costituiti. Ecco: alzare un po' la voce in difesa della libertà di informazione, sapendo che si tratta di un'impresa difficile, da costruire fra tanta disattenzione. Sapendo che andremo incontro ancora a tante sconfitte, ma impegnandoci - come facciamo in queste pagine - a ricordare tutti i nomi, cominciando da quello di Anna Politkovskaja, di coloro che hanno pagato con la vita la passione per la libertà di scrivere, di vigilare, di criticare i poteri. E senza stancarci di chiedere sempre e comunque di alzare la voce affinché non esista - in questo caso parliamo della Russia di Putin - il diritto di uccidere giornalisti critici e difensori dei diritti dell'uomo.

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