Nella tenda di Gheddafi si è perduta l’Italia
di Ferdinando Adornato
[22 gennaio 2009]
Il dibattito di questo giorni in Parlamento sul Trattato di
amicizia fra Italia e Libia è stato utile e importante.
Importante anche a cogliere un paradosso sorprendente: il primo
voto comune di Pdl e Pd, chiamiamolo il primo voto di "unità
nazionale", non è avvenuto sulle grandi riforme di cui il
paese sente il bisogno, ma per dare un aiuto al colonnello
Gheddafi. Peccato. Poi c'è il merito della vicenda, la
questione libica. La nostra posizione è molto semplice:
siamo favorevoli a un trattato con la Libia, ma siamo contro questo
trattato. Noi nutriamo una profonda amicizia per il popolo libico
ma nutriamo una amicizia ancora più forte per il popolo
italiano. Perché questo trattato tradisce l'identità
della politica estera del nostro popolo. Certo, non pretendevamo
che Berlusconi entrasse nella tenda di Gheddafi con lo spirito che
animava Oriana Fallaci, ma non pensavamo che ci entrasse in
ginocchio considerando Gheddafi un amico del cuore al quale dire
sempre di sì. Non è una questione ideologica, per
carità, il nostro è un dissenso molto concreto che si
articola su cinque punti controversi del trattato. Vediamo uno per
uno.
Questo trattato è efficace nei confronti della
clandestinità? Non solo non è cessato in questi
giorni lo sbarco di immigrati dalla Libia, ma non cesserà
perché dietro c'è un'organizzazione criminale che
guadagna 24 milioni di euro all'anno e non sappiamo se ne sia
estraneo il regime di Tripoli. Il secondo punto: questo trattato
è sensibile al tema dei diritti umani? Anche qui stiamo ai
fatti: l'articolo 2 del trattato parla del diritto di ciascuna
delle parti «di scegliere e sviluppare liberamente il proprio
sistema politico, sociale ed economico e culturale». Ma cosa
c'era bisogno di scrivere queste righe? In genere, i paesi
occidentali chiedono in cambio del rapporto commerciale una
contropartita sui diritti umani, qui sta avvenendo il contrario.
Terzo punto: nel trattato si dice che l'Italia si impegna «a
non usare il nostro territorio per atti ostili nei confronti della
controparte libica». Ma, insomma, siamo ancora o no nella
Nato? Proviamo a fare un esempio (sarà un esempio di scuola
ma con alcuni paesi e con i dittatori non si può scommettere
su quello che succederà da qui a trent'anni): se la Libia
attaccasse un paese occidentale noi, secondo questo trattato, non
dovremmo dargli il nostro territorio, non dovremmo dare la nostra
amicizia a un paese occidentale così come ci vincola
l'adesione alla Nato? Quarto punto: Questo trattato sperpera denaro
pubblico. Non serve nemmeno l'interrogativo, stavolta. Il documento
impegna l'Italia a versare 200 milioni di euro l'anno per vent'anni
alla Libia. Questo "costo" finirà sulle bollette degli
italiani: diciamolo chiaramente. Mentre affrontiamo una delle crisi
economiche più gravi degli ultimi anni, impegniamo gli
italiani a versare 200 milioni all'anno per vent'anni alle casse
libiche. E veniamo all'ultimo punto: il governo ha accettato di
riconoscere il diritto a un indennizzo per gli italiani cacciati
dalla Libia. 150 milioni è la cifra stabilita: anche se non
sono una cifra esaustiva, meglio di niente. Ma la battaglia da fare
non è elettoralistica, è di principio: non si devono
tradire quelle persone che aspettano un risarcimento - giusto - dal
lontano 1970. Vorrei dare la parola, a questo proposito, a Giovanna
Ortu, presidente dell'Associazione italiani rimpatriati dalla
Libia. Ieri, su questo giornale, ha detto «Mi sono molto
dispiaciuta che il presidente del consiglio Berlusconi nella
conferenza stampa di presentazione del nuovo trattato di amicizia
con la Libia si sia vantato della sua politica estera, dedicando
molto spazio all'accordo con la Libia, senza spendere nemmeno una
parola per rassicurare i rimpatriati che aspettano una soluzione da
quarant'anni». Sono parole amare, ma giuste.
Un'ultima osservazione. Ci sembra che l'Italia riceva grandi
consensi e pacche sulle spalle da gente come Vladmir Putin o il
colonnello Gheddafi, parallelamente, si sta verificando un
isolamento dell'Italia nel consesso europeo e internazionale,
compresi gli Stati Uniti d'America. Guai a noi se questo
succedesse. Il mondo sta cambiando, l'elezione di Obama lo
dimostra, il rischio che corre l'Italia è di muoversi con
grande generosità nei confronti di paesi che sono dittature
e perdere progressivamente il grande legame storico con la Nato,
con l'Alleanza Atlantica e con gli Stati Uniti, che è il
vero pilastro della libertà del nostro pianeta.
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